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mercoledì 2 maggio 2012

Chievo-Roma 0-0, l'Europa scappa. Anche la pioggia contro Luis Enrique

Il pareggio del Bentegodi, su un terreno quasi impraticabile per la pioggia insistente che ha inciso sullo spettacolo dell'anticipo di Verona, non migliora la classifica della Roma che rimane settima. Anzi la rende sempre più deludente. Ma lo 0 a 0 con il Chievo, punteggio che in stagione aveva ottenuto solo una volta il 17 settembre contro l'Inter a San Siro, non è il peggior risultato della gestione di Luis Enrique. Perché qui gli squalificati Lamela e Osvaldo avrebbero fatto comodo, perché Taddei e Kjaer sono scesi in campo anche se non avrebbero dovuto giocare, il brasiliano per un lieve stato influenzale e il danese per un leggero affaticamento alla coscia, e perché Bojan addirittura ha resistito solo un tempo, pure lui schierato nonostante un problema al polpaccio. Con i difensori e gli attaccanti contati, tanto da vedere ancora De Rossi, a metà ripresa, spostato dietro al posto di Kjaer (sostituito da Perrotta), e, per la terza volta di fila, Tallo, il centravanti della primavera, di più non si poteva pretendere da questo gruppo che fino a sabato scorso non aveva pareggiato quasi mai. Due punti, dunque, in quattro partite diventano la frenata decisiva nella corsa per l'Europa. Sarebbero stati valutati diversamente, considerata l'emergenza per gli infortuni e le squalifiche, se la posizione in classifica fosse stata un'altra. Invece si sommano al rendimento fallimentare della Roma. Il settimo pareggio in campionato, l'ottavo stagionale, interrompe la serie di sconfitte in trasferta nel nuovo anno, tre di fila prima del punto preso al Bentegodi e sette in dieci viaggi del 2012 (compreso quello a Torino per i quarti di Coppa Italia contro la Juve). Con qualche pari in più i giallorossi sarebbero ancora in lotta per la zona Champions che a due gare dal traguardo non è più raggiungibile. Resta l'Europa League che non può essere certa nemmeno con due successi. Il Chievo con il punto si salva. Di Carlo è soddisfatto per l'obiettivo raggiunto con due turni di anticipo. Luis Enrique no. Contestato e fischiato anche da duecento tifosi presenti al Bentegodi, l'asturiano non avrebbe voluto giocare. Come accadde a Catania, quando Tagliavento sospese al ventesimo della ripresa la gara del Massimino del 14 gennaio. Il terreno dello stadio di Verona ha tenuto e la gara è stata anche decente se si considerano, oltre alle assenze nelle due formazioni, anche le condizioni del campo, scivoloso e insidioso. Lobont si è arreso nel riscaldamento, guaio al ginocchio, ma Curci ha salvato la Roma con un intervento nel primo tempo su Hetemaj. Bojan non è tornato in campo nella ripresa. Dentro Tallo, di proprietà del Chievo: l'ivoriano si è comportato bene sul bagnato. La Roma è sembrata più attenta del solito. Kjaer, costretto a uscire a metà ripresa, è stato il più concentrato e quindi il più bravo. Davanti, però, i giallorossi hanno creato poco. Sorrentino non ha dovuto fare nemmeno un intervento e ha fischiato solo su un pallonetto di Perrotta, di testa, da fuori area finito sul fondo. Perché Totti dopo un'ora era sfinito, avendo giocato tantisismi palloni per aiutare i compagni a conquistare campo, e Borini, egoista e impreciso, non sta in forma. Come Pjanic, lasciato in panchina. De Rossi, dopo la gara, ha elogiato l'impegno del gruppo. Come se la Roma avesse voluto dare una mano a Luis Enrique in difficoltà. E magari per fargli capire che rischiando meno, in Italia, si guadagnano punti e posizioni in classifica. Ora bisogna solo capire se il messaggio dei giocatori è arrivato in tempo. Per vedere l'asturiano sulla panchina giallorossa pure nella prossima stagione.

lunedì 30 aprile 2012

Trigoria, striscione per Totti: "Sei solo tu il nostro onore"

Nuovo striscione fuori dai cancelli del 'Fulvio Bernardini', ma l'intento dei tifosi questa volta però non è la contestazione. Il destinatario del messaggio è Francesco Totti, visto da molti sostenitori giallorossi come l'unico baluardo di una stagione negativa. Lo striscione recita: "Francesco: cuore, anima e sudore, sei solo tu il nostro onore".

domenica 29 aprile 2012

Ricomincio da te

Dovevamo vincere e abbiamo rischiato di perdere. Ma ho visto la Roma. La prova d’orgoglio c’è stata. E il gioco del primo tempo, contro una grande squadra - perchè il Napoli non è la Fiorentina - lo ha dimostrato. Troppo spesso un gol preso ci piega le gambe e, come ha detto anche Baldini, ci pone nella condizione dello sciatore che più prende velocità e più ha paura di cadere e si butta indietro con il corpo sbagliando posizione e atteggiamento. La stanchezza fisica di alcuni centrocampisti è seria e nei novanta minuti viene spesso fuori. Con la squadra lunga facciamo gravi errori. Detto questo bisogna però aggiungere che la squadra ha giocato una partita giusta pur soffrendo troppo il ritorno dagli spogliatoi del Napoli. E’ insomma un brutto momento e la stanchezza di alcuni tifosi è comprensibile, Al punto che Francesco Totti se n’è fatto carico, ci ha messo la faccia e la fascia e si è diretto verso la Curva Sud per ascoltare le proteste e le lamentele di alcuni di loro. Ma ripetiamo che la soluzione di questa fase critica non è l’esonero di Luis Enrique ma una buona campagna acquisti estiva e un maggior agonismo e combattimento in campo. Le ultime due cose ieri si sono viste. La prima è indispensabile e la vedremo a campionato terminato. Perchè non c’è dubbio che per il gioco di una squadra che voglia andare a trazione anteriore serviranno campioni giusti da affiancare a Francesco Totti e Daniele De Rossi. Io però ricomincio da quello che ho visto ieri. Da un Simplicio sempre pronto, sempre in forma, e al posto giusto in area e nel campo.E da ieri al posto giusto anche in tribuna, dove è andato a baciare la famiglia. Ricomincio da Tallo, ragazzino ivoriano che ci ha salvato dalla catastrofe finale. Ricomincio da Pjanic, che deve però essere maggiormente aiutato dai compagni. Ricomincio dai buoni portieri che abbiamo e dal primo tempo di Rosi. Ricomincio dalla grinta e dalla caparbietà di una vecchia volpe come Heinze. E dell’ultimo acquisto, Marquinho. Un uomo a tutto campo, che segna, fallisce di poco un paio di reti e che si batte novanta minuti su novanta. Ricomincio dalla maglia certo ma anche da gran parte di quello che c’è dentro.

Simplicio, baci e abbracci

Non si capiva dove volesse arrivare. Quella corsa sfrenata sembrava diretta verso la panchina. Un abbraccio con Luis Enrique o con qualche compagno che gli aveva predetto il gol? Niente di tutto questo. Quella corsa è proseguita oltre, verso la tribuna. Nessuno è riuscito a fermarlo, un inserviente gli ha aperto un cancello e Fabio Simplicio è salito su tra i seggiolini blu a cercare mani e visi familiari con cui dividere la gioia del suo quarto gol in campionato. Ad abbracciarlo lì in tribuna lo attendevano la moglie Elaine e il figlioletto Jordan. Un abbraccio speciale per un gol che forse riscatta il centrocampista brasiliano dopo un periodo difficile, trascorso più in panchina che sul campo.
INCURSORE - Un giocatore, Fabio Simplicio, che anche quest'anno ha ribadito la sua vocazione di ottimo incursore. Quattro reti in 17 partite di campionato. Una media di una ogni 202 minuti giocati. Non poco per un centrocampista che il vizio del gol lo ha sempre avuto e che con quella messa a segno contro il Napoli ha realizzato la quarantatreesima rete in Serie A. E a fine partita è stato tra i primi a unirsi al capitano Francesco Totti per andare a cercare un confronto con la Curva Sud.
DIFFICILE - Non c'era, sotto la curva, Bojan Krkic. L'attaccante spagnolo a fine partita spiega il perché. «Stavo in panchina e non ho capito quello che stava succedendo. Sono rientrato nello spogliatoio ma se lo avessi saputo sarei andato anche io sotto la Curva. E' la prima volta che mi capita una cosa del genere» . Bojan difende se stesso ma anche la squadra. «Abbiamo fatto bene tante volte ma in alcuni momenti determinanti è mancata la fortuna. Quando entri in una dinamica di questo tipo poi è difficile riuscire a uscirne» .
TADDEI - Anche Rodrigo Taddei racconta il momento della Roma. «Stiamo cercando di superare tutto questo con le nostre forze e con le nostre qualità. Luis Enrique? Un grande allenatore e un grande uomo. I tifosi? E' normale la contestazione.

La Sud, Totti, la Roma. La rabbia e l'amore

Li ha guardati lentamente, studiandone le facce una per una, guidando un corteo triste e scoraggiato. La Curva Sud urlava di tutto, pretendeva di avere la squadra a tiro di insulto, a pochi passi. «Andiamo allora» . Francesco Totti ha chiamato i compagni, ha accettato il confronto con la folla inferocita, piazzandosi due metri davanti agli altri per proteggerli, per tutelare la loro immagine. Quasi tutti erano a testa bassa, lui no. Senza muovere un muscolo del viso ha accolto la protesta dei suoi tifosi. Gli occhi di ghiaccio ma fieri, alla pari, senza vergogna. Totti era impassibile, paziente. Capitano. Con l’accento sulla “a”.
CAOS CALMO - «Ma non sei tu il problema!» urlavano i tifosi di prima linea, quelli attaccati al vetro che divide la curva dalla pista d’atletica dello stadio Olimpico. «Tu sei un grande, sono gli altri che fanno schifo» . E giù parolacce indirizzate a Rosi, a Kjaer, a molti dei giocatori che gli stavano accanto. Totti, uno scudo potente per il malessere della squadra, ha incassato e ha risposto: «Cosa posso fare?» . «Dije quanto so’ pippe!» , è stata l’esortazione, arricchita da epiteti che non si possono riportare.
ELOGI - Il gesto di Totti è stato molto apprezzato dai giocatori. Ma anche da Luis Enrique, di cui lo stadio aveva chiesto la cacciata già dopo la sconfitta con la Fiorentina. «Francesco ha fatto un gesto bellissimo - spiega l’allenatore - io non sono andato perché in questo momento sarebbe stata una provocazione verso i tifosi. In ogni caso, sotto la curva non mi vedrete mai. Nemmeno se dovessi vincere dieci o venti partite di fila. Quelle sono cose da calciatori. Quando ero calciatore, mi godevo l’abbraccio della gente. Adesso no, sono un allenatore» . E Baldini lo difende, anche in questo: «Ognuno mette la faccia come vuole. Luis fa quattro conferenze stampa a settimana, si espone in una lingua che non è la sua, non mi sembra che si nasconda. Avete idea di quanto sia difficile?
GEMME - In effetti, anche quando gioca, Totti è ancora un maestro di cui Luis Enrique non può fare a meno. A prescindere dai chilometri percorsi, dalle pause, dalle difficoltà che tutti i giocatori della Roma hanno incontrato nel secondo tempo mentre il Napoli si impadroniva della partita, il suo genio ha messo il marchio anche in questa serata. Prima ha costretto De Sanctis a inginocchiarsi con un tiro potente. E Gago, incredibilmente, non ne ha saputo approfittare. Poi, con tre pennellate di classe nella stessa azione, quella che aveva illuso la Roma, ha spinto la squadra verso il vantaggio. Che non è bastato a vincere, a risalire la classifica, e nemmeno a riconquistare la Curva Sud.

venerdì 27 aprile 2012

Battere la paura

Chissà qual è la parola giusta: scoramento, malinconia, rassegnazione? Non saprei dirlo. E non saprei dire se siamo più scorati, malinconici o, peggio, rassegnati noi, o Luis Enrique, che sembra, poveretto, un asino in mezzo ai suoni, incapace di trovare una parola sensata, o i giocatori, che con la solitaria eccezione del nostro meraviglioso Capitano prenderei seppur metaforicamente a calci uno per uno, o Baldini o Sabatini, che ci assicurano di avere tutto o quasi sotto controllo e di nutrire ottimi propositi per il futuro (quali propositi? quale futuro?). Forse, per noi; la parola al momento più azzeccata é attoniti. Almeno: io, da sessanta anni e passa romanista fedele nelle gioie (poche) e nei dolori (molti), sono attonito. Mi viene in mente un bellissimo striscione, di quelli affidati alla creatività individuale; dell’anno dell’ultimo scudetto: "Barcollo ma non mollo". Solo che cominciamo a barcollare un po’ troppo vistosamente; e, più che in bilico, sembriamo tramortiti. Solo che ormai chiunque passi dalle nostre parti puo prenderci a suo piacimento a sganassoni, a pizze, a calci in bocca, e alla fine farci pure marameo, senza incontrare reazioni, né di testa né di cuore. Solo che barcolla barcolla rischiamo (se non è già successo) di ritrovarci con il sedere per terra. Che fare? Secondo me, l’unica cosa ragionevole che i romanisti possono fare è attendere in silenzio (il silenzio è d’oro) che questo stramaledettissimo campionato finisca, incrociando le dita perché non ci riservi ulteriori umiliazioni dalle quali non vedo come società, allenatore, giocatori (insisto, soprattutto questi ultimi) potrebbero risollevarsi con un minimo di dignità. Se e quando questo calvario sarà alle nostre spalle, sarà nostro diritto e dovere pretendere non chiacchiere, ma spiegazioni e autocritiche sensate su quello che è capitato, e impegni altrettanto chiari su che cosa si intende fare perché non capiti più. Se la nostra richiesta, la più legittima delle richieste, non sarà soddisfatta, avremo il diritto e il dovere di contestare fieramente chi le risposte dovute non le ha date. Se risposte, come ovviamente speriamo, ci saranno, le giudicheremo con animo freddo; senza rancori ma pure senza sconti, perché dopo un’annata come questa, non se ne fanno a nessuno. E’ solo l’inizio di un cammino, ci era stato detto, e noi ci avevamo creduto. Tra poche settimane vorremmo sapere non quanta strada abbiamo fatto (pochissima, in ogni caso), ma per dove siamo partiti. Non mi sembra che sarebbe chiedere troppo.

Ma io terrei Lucho

Insultatemi pure, ma io continuo a credere in Luis Enrique. Anzi meglio, nella cosa, progetto, idea, chiamatela come vi pare, che vuole (vorrà) essere questa nuova Roma che parla americano con accento toscano, umbro, romano. Che, in assoluta controtendenza con un calcio italiano che definire ingessato è un complimento, ha intrapreso un percorso diverso dove le idee valgono più degli amici degli amici. Riappropriandosi della sua storica indipendenza da tutti e tutto. Rompendo gli schemi. Scegliendo un allenatore che prima di qualsiasi altra cosa, voleva e vuole essere un segnale di discontinuità nei confronti del passato remoto e prossimo, non cercando facile consenso che sarebbe stato sin troppo semplice avere confermando, per esempio, il pur bravissimo Vincenzo Montella. Dunque, Luis Enrique. Che, fin qui, ho seguito con la curiosità dell’innamorato di calcio e che, almeno fino alla trasferta di Torino contro la Juventus, avevo cercato di capire e accompagnare senza troppi tentennementi o perplessità, nella convinzione che il percorso sarebbe stato in ogni caso lungo e complicato. Poi, è vero, è nato anche in me il dubbio. Non tanto per le quattro pappine beccate dalla Vecchia Signora, quanto per come sono state prese. Cioè nell’unica maniera che non ci saremmo mai aspettati dall’hombre vertical. Ovvero rinnegando se stesso, otto mesi di parole e fatti in cui la nostra proposta di calcio sarà comunque e ovunque sempre la stessa, per poi scoprire Totti in panchina e Perrotta in marcatura su Pirlo. E allora, direte voi, perché continuare con Lucho? Da sempre affascinati dal sogno che sconfina nell’utopia (per questo ho sempre amato Zeman) e ricordando anche a tutti, pure a chi è in malafede, che sarebbe utile non dimenticare mai da dove è partita questa Roma, una serie di risposte provo a darvele. Perché rinnegare subito il percorso vorrebbe dire aver buttato una stagione e dover ricominciare da capo. Perché, seppur a sprazzi e l’ultima volta appena tre settimane fa contro l’Udinese, la Roma ha fatto vedere di poter giocare un calcio da amare. Perché la Juventus che è a un passo dallo scudetto è reduce da due settimi posti e critiche a non finire. Perché lo dicono i calciatori, ultimo Daniele De Rossi che, nel pur amarissimo dopo partita con la Fiorentina, non aveva nessun obbligo di dire certe parole nei confronti del suo allenatore appena arrivato alla quattordicesima sconfitta in campionato. Perché anche il capitano, Francesco Totti, ha avuto parole importanti nei confronti dell’hombre vertical. Perché il ct Prandelli, mica pizza e fichi, non più tardi di qualche giorno fa in visita a Trigoria, è stato l’ennesimo tecnico che ha parlato di Luis Enrique come di un grande allenatore. Perché dirigenti come Baldini e Sabatini che potranno avere mille difetti ma non quello di non capire di calcio, sono stati conquistati dalle idee dell’asturiano. Perché un anno di campionato italiano sono convinto che allo spagnolo abbia fatto capire che il nemico non sono i giornalisti (almeno non tutti). E perché, soprattutto, mi farebbe un grande piacere vedere Luis Enrique al timone di una Roma costruita per il suo calcio, con due esterni di qualità, una coppia di centrali difensivi un po’ più garantita di quelle viste in questa stagione, un centrocampista di interdizione che completi le caratteristiche di un reparto poco omogeneo. on si poteva fare tutto in un anno. Per questo chiedo alla corte di andare in appello.

giovedì 26 aprile 2012

Le giustificazioni di Baldini, che giustificazioni non sono

Oggi abbiamo perso, ancora. O si perde o si vince, non sappiamo pareggiare. Oggi forse abbiamo visto, come poche altre volte, scarso impegno dai giocatori Giallorossi che hanno giocato solo un tempo, complice anche un errore di valutazione di Luis Enrique, che si è espresso nello scegliere l’11 titolare sbagliato, egregiamente corretto nell’intervallo. E’ innegabile che di errori ne ha commessi anche mr. Garcìa, ma anche solo pensare che un altro allenatore avrebbe potuto fare tanto meglio con questa squadra mi sembra molto più voglia d’illudersi che altro. La Roma quest’anno ha cambiato ben 11 giocatori (questo se ci atteniamo esclusivamente al discorso rosa), ma nonostante questo ci sono ancora moltissimi giocatori appartenenti al vecchio corso, evidentemente fuori luogo. Non è cattiveria, non è irriconoscenza, ma è semplice oggettività: Perrotta, Taddei, Cicinho, Greco, Simplicio…cosa possono dire in questo tipo di calcio? in questo tipo di calcio ci vogliono palle, abnegazione, quantità, spirito di sacrificio, determinazione e tantissima qualità. Colpe ne hanno anche Sabatini e Baldini, che a Gennaio potevano migliorare la squadra, ma forse era troppo spendere altri soldi importanti dopo aver speso quasi 100 milioni in totale solo in estate. Colpe ne hanno soprattutto, però, i giocatori. Sono loro che vanno in campo, loro che devono dare tutto per la causa, loro che devono correre dal 1′ all’ultimo minuto. Personalmente sono, neanche tanto stranamente, d’accordo con Baldini: gli obiettivi erano altri ed una rosa farcita di giovani non ha saputo reggere la “botta” del cambio di obiettivo, di pressioni. La società ha effettivamente parlato sempre e solo di costruzione d’identità, di preparazione per gli anni venturi, salvo nominare il terzo posto quand’era impossibile ed ipocrita non farlo. All’inizio dell’anno, però, nessuno ha promesso niente. E credo che questo misunderstanding abbia creato tutta questa spiacevolissima situazione, per cui i tifosi pretendono la Champions e per cui Luis Enrique viene colpevolizzato tanto. Si è forse sopravvalutata la rosa Giallorossa, scordandosi della presenza di giocatori inadatti e inadeguati al tipo di calcio da proporre. Questa potrebbe essere anche una spiegazione alle continue sconfitte della Roma nei momenti clou della stagione. Prendiamo due esempi apparentemente accomunabili, ma solo apparentemente: Roma e Juventus. Ambe due le squadre hanno cominciato la stagione con obiettivi diversi da quelli per la quale si sono trovate a lottare: la Roma per l’Europa League, la Juventus per la Champions. I Giallorossi, probabilmente “a causa” della presenza in rosa di moltissimi giovani, non sono stati in grado di abituarsi ai nuovi obiettivi e “si sono visti minare le proprie certezze” (cit. Baldini); i bianconeri, invece, si sono adeguati alla grande, aumentando addirittura l’intensità, strappando addirittura la leadership al Milan campione d’Italia, strafavorito a vincere la A. I bianconeri, però, hanno una rosa più matura, con meno giovani. Vorrei chiudere con una semplice constatazione: quando Baldini dice “era tutto previsto, avevamo già immaginato di trovare queste difficoltà e l’avevamo detto a più riprese“, voi preferite dare ragione a lui o a sedicenti giornalisti e/o esperti di calcio? saprà Baldini quali erano i piani e gli obiettivi, no? E’ questo che non riesco a capire, è una domanda a cui non riesco a darmi una risposta. E’ chiaro che perdere così tante volte e farlo malissimo dia fastidio a molti, ma pensateci bene, nessuno aveva promesso un ingresso in Champions: anzi!! abbiamo pochi punti in meno rispetto all’anno scorso: anno in cui si sarebbe dovuto lottare per lo Scudetto. Nella passata stagione siamo arrivati sesti, con sogni di gloria; quest’anno, cominciando con i piedi di piombo, siamo praticamente come lo scorso anno. Dopo un anno di cambiamenti, dopo un anno 0. E’ questo il misunderstanding a cui mi riferisco: forse molti si sono illusi di poter vincere tutto e subito, ma è stata una vera e propria auto-illusione. Sì, sono stati spesi soldi, ma ci sarà un motivo se si è investito su giovani e non su giocatori più esperti al primo anno, o no? lo sapranno i dirigenti questo, o no? Chiudo, prometto, con un ultimo pensiero: secondo molti la proprietà americana è delusa dagli insuccessi stagionali…vorrei dire a questi molti, però, che i primi a parlare di progetto pluriennale furono proprio i nostri proprietari.

Roma assediata. «Siete mercenari!».

Delusione e rabbia. Perché secondo loro i bocconi amari da mandare giù sono diventati troppi. Ieri pomeriggio, all’Olimpico, i tifosi della Roma hanno preso posizione. In maniera piuttosto pesante. Gli stessi che mesi fa avevano lanciato lo slogan “mai schiavi del risultato”, stavolta hanno contestato. Non una contestazione «veicolata dalla stampa, di dieci persone» come il direttore generale Franco Baldini aveva definito gli insulti presi dalla comitiva giallorossa a Fiumicino, domenica scorsa, al ritorno da Torino. E non una contestazione premeditata, visto che si era partiti, prima e durante la gara con la Fiorentina, da semplici fischi. Forti, provenienti dalla curva Sud, ma solo fischi. Ma la sconfitta maturata all’ultimo minuto è stata la goccia che ha fatto traboccare il vaso.
ALLARME - I cori che hanno accompagnato l’uscita dal campo della Roma, evidentemente, erano solo l’antipasto. Dopo aver chiesto «un tiro in porta» e la presenza di «undici leoni» , lo striscione apparso prima delll’inizio della partita nel settore dei Distinti Sud che dava sostegno in spagnolo a Luis Enrique parlando di «un uomo vero in un mondo di falsi, adelante!» , è stato dimenticato in un attimo. Fischi e “vaffa” sono partiti ben scanditi dalla casa del pubblico giallorosso, prendendo il posto dell’incitamento che durante la partita, specialmente nel secondo tempo, non era mancato. Poi le attività delle forze dell’ordine hanno guadagnato in pochi minuti un ritmo frenetico. Uomini della Digos, steward, agenti in divisa e in assetto da anti-sommossa. Tutti nei pressi del pullman che stava attendendo la Roma, impegnata tra docce e interviste. I suoni di sirene e ordini via-radio, hanno aperto lo scenario di fronte al cancello dal quale il pullman sarebbe dovuto passare: circa duecento tifosi avevano bloccato il vialetto, pronti a manifestare il pesante dissenso. Mezzi della Polizia e dei Carabinieri controllavano la situazione. Tanti i cori: da «la nostra fede non va tradita» a «mercenari p rendete i miliardi, andate a lavorare» . E ancora «il progetto dove sta?» e «uscite a mezzanotte» . Tra i bersagli preferiti, Luis Enrique, tra un «vattene» e un ironico «vieni fuori» che non prometteva nulla di buono. E poi «c’avete rotto il c...» e anche «vi romperemo il c...».
MANOVRE - All’interno dello stadio, i lavori, erano finalizzati alla possibile manovra che il pullman giallorosso avrebbe potuto fare. E così, dopo un’ora e mezza di tensione, alle 18,30, il mezzo con la squadra ha lasciato l’Olimpico passando dall’altra parte, uscendo dalla curva Nord, dove l’arrivo di pochi altri tifosi era stato ben controllato dalle forze dell’ordine, preventivamente schierate. Nel frattempo qualche giocatore era andato via con mezzi privati, sempre dal lato Nord. Attimi di tensione quando un giornalista, diretto verso il parcheggio riservato, è stato offeso, inseguito e accerchiato, senza che le forze dell’ordine, allertate, prendessero coscienza del rischio a cui si stava andando incontro.
COLLOQUIO - Un girone dopo la prima vera protesta dei tifosi, quella di Firenze del 4 dicembre dello scorso anno, quando tra il Franchi e la stazione Termini furono pesantemente attaccati Luis Enrique, dirigenti e giocatori, la Roma si è ritrovata nella stessa situazione. Soltanto che stavolta il dg Baldini e il ds Sabatini, alle 19, hanno deciso di uscire e parlare con i cinquanta tifosi rimasti. Venti minuti di colloquio, con il controllo delle forze dell’ordine. Più tardi, in trenta hanno aspettato la squadra a Trigoria: insulti e fischi anche lì. E da oggi, il centro sportivo giallorosso, sarà presidiato dalle forze dell’ordine. Almeno fino alla gara con il Napoli.