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venerdì 9 dicembre 2011

Presentazione del libro "Unico Grande Amore"

Oggi, venerdi 9 Dicembre, alle ore 17, presso il Palazzo dei Congressi dell'Eur, Piazzale Kennedy 1, nell'ambito della manifestazione 'Più libri più liberi', si terrà la presentazione del libro 'Unico Grande Amore - Storie di romanisti in trasferta'. L'evento si svolgerà nella spazio incontri della sala 'Bibliolibreria'.

domenica 20 settembre 2009

Libri da consigliare...

Ultras tra politica e violenza
di Maurizio Stefanini

“Come si potrebbe definire il tifo Ultrà secondo i canoni più comuni imposti dall’informazione sportiva? Una deriva incontrollabile della passione del tifoso? Un atteggiamento estremo del tifo organizzato? Un comportamento deviato, ai margini della criminalità comune e, a volte politica? Scegliete la definizione che preferite, ma state certi che non reggerà alla lettura della documentazione di Stefanini”. E’ quanto dice Paolo Liguori nella presentazione di “Ultras” (Boroli, 2009) di Maurizio Stefanini.
Il fenomeno Ultras non nasce in tempi moderni. Volete degli esempi? L’escursus storico è impressionante. Nel 49 lo stadio di Pompei fu squalificato dopo gli scontri tra i tifosi locali e quelli nocerini. Nel 390 Teodosio fece uccidere 15.000 persone per domare una rivolta di tifosi di Tessalonica. Nel 532 le due fazioni di ultras si unirono in una rivolta che incendiò Costantinopoli per dieci giorni provocando 35.000 morti. “Parteggiano per una divisa, e se in piena corsa il colore dell’uno passasse anche all’altro, anche il tifo e il favore muterebbero“, scriveva Plinio il Vecchio sugli Ultras della sua epoca. E secondo quando denunciava cent’anni fa il fondatore dei Boy Scout Robert Baden Powell, una delle cause della caduta dell’Impero Romano fu che “gli uomini persero il senso di responsabilità verso sé stessi e verso i loro figliuoli e divennero una nazione di fannulloni. Cominciarono a frequentare i circhi, ad assistere alle rappresentazioni di gladiatori pagati, press’a poco come noi ora affolliamo gli stadi per vedere dei giocatori di calcio stipendiati“. Non crediate che sia finita qui. Nel 1314 re Edoardo I d’Inghilterra bandì il football per la violenza che provocava. “Se non si sopprime l’hooliganism, il calcio non potrà continuare a esistere a lungo nella presente forma” decise infine il governo inglese di Margaret Thatcher. Di lì, le riforme che hanno dato vita a quello che viene definito “calcio moderno“. Impressionante. E non è tutto, perché il tifo attorno al calcio può ridiventare guerra a sua volta, con la sua triste lista di caduti. Dalle antiche Grecia e Roma all’Inghilterra del XVIII e XIX secolo tifo e democrazia nascono assieme, proprio perché anche la democrazia è a sua volta una guerra ritualizzata. E se non manca chi poi alle reti del tifo fa ricorso come strumento di potere, in realtà è molto più normale che lo stesso tifo si faccia opposizione. Soprattutto nelle situazioni dove di democrazia ce n’è poca o manca del tutto: dalla Spagna franchista all’Europa occupata dai nazisti, dal Brasile dei militari al mondo comunista, dall’Iran degli ayatollah alla Libia di Gheddafi. Spesso però questa insopprimibile vocazione del tifo all’antagonismo diventa teppismo. Addirittura, la guerra tra tifosi sugli spalti può addirittura scatenare una guerra vera: dall’America Centrale del 1969 alla ex-Jugoslavia degli anni ‘90. Nel 1885 il primo episodio di violenza collegato al calcio moderno: Juventus-Genoa del 1905 porta alle prime intemperanze italiane. Il confronto tra Bologna e Genoa del 1925 porta al primo clamoroso coinvolgimento del potere politico. Risale al 1963 il primo morto italiano in seguito a una partita di calcio. Ci vorranno altri 16 anni per il secondo caduto: il tifoso laziale Vincenzo Paparelli, assurdamente colpito da un razzo mentre mangia un panino con la frittata. E poi un crescendo di violenze e di vittime: non solo in Italia, d’altronde. Il tifo organizzato, creato negli anni ‘60 dalla Grande Inter di Helenio Herrera a partire da modelli latino-americani, ha dato infatti origine quasi subito a un’ala indipendente dai club stessi per cui parteggia che assume l’etichetta di Ultras, e che si contamina con le suggestioni della violenza politica di quegli anni.
Un problema non solo italiano, e che ha trovato risposte decise soprattutto a partire dall’esperienza delle autorità inglesi. Gli Ultras però ed è bene ricordarlo non sono però solo violenza, ma anche folklore, cultura popolare, socialità, secondo modelli che affondano le proprie radici in una storia sorprendentemente antica. E proprio perché storia e socialità da rispettare e non reprimere e soffocare.

giovedì 25 giugno 2009

"Vita, parole e imprese dell'ultimo gladiatore"; ultimo libro su Totti

«Vita, parole e imprese dell'ultimo gladiatore». Questo il titolo scelto da Massimo Cecchini, giornalista de 'La Gazzetta dello Sport', per il libro (Aliberti Editore) uscito oggi su Francesco Totti il capitano della Roma, «un personaggio che ormai ha trasceso il fenomeno calcio per insediarsi in un ambito diverso, quello del costume italico, fatto di solidarietà, simpatia e innata telegenicità».
Cecchini dipinge il numero 10 della Roma come «il simbolo della sua squadra e, in senso lato, della sua città. Totti rappresenta Roma e la romanità. Un modo di essere, ancor prima che di giocare al calcio». Un modo di essere che ha portato il giocatore giallorosso ha uscire dall'ambito romano per approdare a quello internazionale di «testimonial pubblicitario, ambasciatore Unicef, sex symbol, campione che sposa la letterina in diretta tv, marito e padre affettuoso. Per questo, ormai Francesco Totti è qualcosa di più di un grande giocatore. Totti è il campione dei nostri anni impastati di epica e lustrini, e questa è la sua storia. Fatta di calcio e non solo».
Insomma, Cecchini, da anni al seguito della Roma e della Nazionale italiana per la «rosea», è convinto che «lo sfolgorante tramonto da primattore del pallone di Totti regalerà prodezze, analisi, azzardi, rimpianti, polemiche, ma soprattutto lampi di bellezza. Perciò, in attesa dei titoli di coda, abbassiamo il volume e godiamoci lo spettacolo: Totti non ci deluderà».

venerdì 3 aprile 2009

Il ragazzo guerriero della mafia siberiana

La criminalità dell'ex Urss è un arcipelago pieno di misteri. Roberto Saviano lo ha indagato con l'aiuto di un infiltrato speciale.

by Roberto Saviano
Quando ero ragazzino scrissi un racconto metafisico e surrealista e lo inviai a Goffredo Fofi. Dopo qualche giorno mi arrivò un foglio di poche righe in una busta di carta riciclata: "Mi piace come scrivi, peccato che scrivi idiozie, ho visto da dove mi hai spedito la lettera. Affacciati alla finestra e raccontami cosa vedi, scendi giù, attraversa cosa vedi. Poi rispediscimi tutto, e ne riparliamo". Da allora affacciarsi e attraversare le cose mi sembrò l'unico modo per poter scrivere parole degne di essere lette. Nicolai Lilin non ha fatto altro che affacciarsi, fuori dalla casa in cui è nato, dentro la sua stessa vita e raccontare ciò che ha visto, sentito, il mondo in cui è stato educato. E lo ha fatto in un libro, Educazione Siberiana. Un romanzo come se ne leggono pochi, che racconta di un mondo scomparso, quello degli Urka siberiani, la comunità di criminali deportata da Stalin al confine con l'attuale Moldavia, in una terra di nessuno che è la Transnistria. Ho incontrato Lilin nella stanza anonima di un hotel milanese. Corpo minuto ma tonico, viso slavo, colori chiari, occhi luminosi. Parla un italiano preciso, impastato con una cadenza slava unita a un accento piemontese. Quando si infervora gli esce un "Dio bono" che lo rende divertente. Lilin è un discendente degli Urka siberiani con un intercalare sabaudo e racconta proprio di gente come lui, gli ultimi discendenti di questa stirpe guerriera, uomini che usano definirsi "criminali onesti" atavici nemici dei "criminali disonesti". "Volevo raccontare storie che rischiavano di perdersi, che conoscono in pochi, e renderle storie di molti. Le storie della mia gente, distrutta dal capitalismo di oggi, gente che aveva regole sacre, che viveva con dei valori". Per leggere questo libro bisogna prepararsi a dimenticare le categorie di bene e di male così come le percepiamo, lasciar perdere i sentimenti come li abbiamo costruiti dentro la nostra anima. Bisogna star lì: leggere e basta. Così dopo un po', intorno alle pagine di Educazione Siberiana, inizierà a materializzarsi un intero mondo. Sembrerà lontanissimo, altro, ma bevuto tutto lascerà un gusto in cui si ritrovano in forma diversa molti sapori simili al nostro mondo e questo genererà un brivido difficile da dimenticare. Non ci si aspetti un libro sulla mafia russa, né un trattato sul crimine, né alleanze tra clan, imperi economici, faide e sparatorie. È il contrario. È un romanzo che racconta di un popolo scomparso, di una tradizione guerriera che Nicolai conservava dentro di sé e che non riusciva più a tacere. Continuamente lui usa la parola "onesto", e continuamente ripete il termine "disonesto". Può apparire strano che parlando di una comunità criminale si parli di onestà; noi abbiamo imparato a dimenticare che un codice etico condiviso possa esistere anche al di fuori della società civile. Tra gli Urka non si stupra, non si fanno estorsioni, non si fa usura. Si può rapinare e uccidere, ma solo in presenza di un valido motivo. Si può truffare, ma solo lo stato e i ricchi. E ci sono anche regole pratiche da osservare: le armi per la caccia, per esempio, non devono essere messe accanto alle armi che servono per uccidere esseri umani. E quando un'arma tocca l'altra per purificarla bisogna avvolgerla in un panno con liquido amniotico, il liquido della vita. Seppellire il tutto e dopo un po' arriva la purificazione. È assolutamente vietato agli uomini parlare con le forze dell'ordine. In Educazione Siberiana ci sono pagine di arresti e retate in cui la polizia non riesce a rivolgere la parola a nessun siberiano. Ogni Urka ha sempre al proprio fianco una donna che faccia da tramite. Lilin racconta che dalle sue parti si dice che chi non ha voglia di lavorare e non ha il coraggio di delinquere fa il poliziotto. Nelle comunità criminali degli Urka, diversamente da quanto accade in Italia, esistono regole talmente forti da fermare il business, vincolare il potere. Sono regole che seppur calate in un contesto discutibile hanno profonde radici morali. In Italia, fino a qualche decennio fa, per le mafie regole come non uccidere bambini, non trattare e vendere droga, non assumerne, ora sistematicamente disattese, nascevano dalla necessità di cercare quel consenso nella popolazione che adesso appare dovuto, che ora sono il timore e la forza ad assicurare. "Non è il crimine la nostra forza - diceva il nonno a Nicolai - ma il consenso ed il bene che la gente ci vuole". Lilin precisa: "Sono regole di giustizia non scritte, come la divisione equa dei beni, l'aiuto reciproco e la difesa dei più deboli". E continua con una nota autoironica che aggiunge credibilità al suo racconto: "Se nasci in quella realtà non puoi certo divenire Ghandi ma almeno vivi un una società che ha regole e diritti, non solo soprusi dove vince il più corrotto e il più forte come tra i lupi". E gli anziani nel romanzo hanno un ruolo centrale. Non sono solo i depositari delle tradizioni, ma tramandano di generazione in generazione le storie più avvincenti di rapine e di sfide. Indirizzano le nuove generazioni anche sul modo di trattare il denaro. I soldi fanno schifo ai siberiani, la considerano roba sporca. "Mio nonno in tutta la sua vita non ha mai portato soldi addosso, li tenevano in posti lontani dai luoghi della vita. I soldi sono sempre stati considerati sporchi". E le figure di questi anziani nel libro sono davvero meravigliosamente epiche. A tratti si avverte, e Nicolai conferma, che il libro è passato a vaglio dell'attento lavoro degli editor pur conservando, a volte, delle asperità, dei punti dove la lingua inciampa; ed è proprio lì che lo stile ibrido di un uomo che pensa in siberiano e scrive in italiano, lo stile personalissimo che gli scrittori migranti elaborano, esce in tutta la sua pura ingenuità e bellezza. Lilin costruisce un mondo con la sua scrittura e questo fa di lui non un semplice testimone ma uno scrittore vero e proprio. A volte viene da pensare, ascoltando Nicolai, che serbi una visione mitizzata degli Urka, parola che a chiunque abbia letto i libri di Solgenicyn, Herling o Salamov sui gulag ricorda invece il peggior incubo per i detenuti normali: stupro, furto, percosse. Eppure il mondo che Lilin racconta sembra essere un altro, sembra partire da premesse differenti offrendo la possibilità di osservare quel mondo da una prospettiva inedita. Essere un Urka, racconta Lilin, era un marchio che ti portavi dietro ovunque: "Quando ero piccolo e uscii dalla Moldavia con mia madre, alla dogana un ufficiale vide che ero nato in Transnistria e, seppure fossi un bambino, mi fissò negli occhi e disse, 'Delinquente!!!'. Bastava venire da lì". Eppure c'è nel codice degli Urka siberiani l'assoluta necessità di dire sempre la verità. La menzogna è punita. "Devi essere vero, sempre e comunque devi essere vero. Mi hanno insegnato a dire la verità sempre. Spesso i poliziotti russi quando arrestavano degli Urka li riprendevano mentre li interrogavano. Quando dicevano sei un criminale loro dovevano rispondere si, se rispondevano no era una condanna a morte tra tutti gli Urka. Un Urka non mente mai". Anche quando la verità significa una condanna alla galera. Nicolai Lilin si riconosce assolutamente nella tradizione degli Urka: "Sono un criminale onesto" dice, contrapponendo un mondo ormai tramontato, che cerca di far rivivere attraverso il suo racconto, alla Russia di oggi, completamente allo sbando. "Nelle mie zone tutti chiedono il pizzo, per qualsiasi cosa bisogna pagare. È lecito aspettarsi una richiesta di tangente per documenti, viaggi, permessi, per tutto ciò che nel mondo occidentale, in un mondo che si dice civile, dovrebbe essere dovuto". Nicolai è grato all'Italia, o almeno alla parte d'Italia dove lui vive, e nel suo discorso è possibile rintracciare anche quanto relativo sia il concetto di diritto. "Qui puoi avere un documento senza pagare tangenti, qui se vieni derubato puoi sporgere regolare denuncia, e sai che ci sarà qualcuno ad ascoltarti, a difenderti, a far valere i tuoi diritti di cittadino. In Russia e in Moldavia tutto è corruzione, politica, burocrazia, tanta prostituzione, racket, droga. Paesi marci. Mio nonno diceva spesso: credo che non esista né inferno né paradiso, semplicemente se ti comporti male rinasci in Russia". Nessun urka siberiano vorrebbe essere chiamato mafioso. La mafia russa è una categoria generica, enorme, quasi inesistente. Ci sono le famiglie di Mosca, quelle di San Pietroburgo, la mala cecena e quella georgiana potentissima in Usa, poi ci sono le famiglie dell'Azerbaigian. I siberiani non si riconoscono in nessuna di queste organizzazioni, non sentono neanche di essere gang, clan o organizzazioni. Il loro codice di vita è la loro casa. "Una volta mio nonno mi ha raccontato che fu arrestato un pedofilo, uno di quelli a cui piacevano molto le bambine piccole e anche i bambini. Gli Urka quando fu arrestato lo trattarono con rispetto. Andarono da lui, gli diedero una corda fatta con le lenzuola e gli dissero: 'Hai cinque ore per impiccarti, se non lo fai ognuno di noi prenderà un pezzo di te e lo strapperà"". Una delle parti più belle del libro è il racconto dei tatuaggi. Il tatuaggio è un codice per raccontare il carattere di una persona e il percorso della sua vita, il tatuaggio degli urka siberiani è un'eredità antica che viene da molto lontano. Il tatuaggio tradizionale siberiano è un codice segreto, nato in epoca pre-russa e pre-cristiana. I primi briganti nomadi della foresta, gli Efei, si tatuavano per potersi riconoscere, lungo le grandi strade della Siberia dove assaltavano i convogli provenienti dalla Cina e dall'India. I tatuaggi quindi erano un modo per non farsi assalire da "colleghi", e un modo muto per rendersi fratelli. Quando si diffuse il Cristianesimo, il tatuaggio criminale siberiano adottò i simboli della nuova religione: gli Efei si confondevano così con i pellegrini, che erano poveri e, non potendo acquistare croci, catene e immagini sacre, se le tatuavano. Con la formazione dello stato russo, lo Zar decise di sbarazzarsi degli Efei; ma i più irriducibili di loro, gli Urka, ostili a qualsiasi potere, si rifugiarono nella Taiga dove organizzarono una dura resistenza che fu spezzata soltanto dopo secoli, dai comunisti. Nel libro sono meravigliose le pagine dove Lilin racconta come il tatuatore sia una figura speciale, quasi un sacerdote. Per i siberiani puoi diventare tatuatore solo su autorizzazione di un anziano maestro; Lilin scelse all'età di 12 anni di divenire allievo del più esperto della sua città. Era bravo a disegnare, i suoi disegni venivano richiesti per farne tatuaggi, ma aveva bisogno di imparare l'antica arte del tatuaggio tradizionale, eseguito a mano con le bacchette, non con la macchinetta elettrica. A 18 anni, ultimato l'apprendistato, il suo maestro lo nominò tatuatore. Un corpo siberiano tatuato è un libro misterioso, che pochi sanno leggere: i singoli simboli assumono un preciso significato solo se messi in relazione tra loro, nelle rispettive posizioni. "Si tratta di una grande tradizione, - dice Nicolai - alla quale sono orgoglioso di appartenere". Per un siberiano il tatuaggio è un processo lungo che dura tutta una vita. Iniziano a tatuarsi all'età di dodici anni e soltanto dopo aver passato una vita, con tutto ciò che può essere a vita di un Urka, la loro storia potrà essere letta sui loro corpi. Schiena e petto sono tatuate solo alla fine, dopo i cinquant'anni. Nicolai è completamente rivestito di tatuaggi. Imprudentemente gli chiedo di raccontarli e ottengo una risposta che non mi aspetto. "Raccontare i tatuaggi è disonesto. I tatuaggi sono un linguaggio muto, ci si tatua proprio per evitare di parlare. Solo un siberiano può capire. Chi racconta uccide la tradizione, e rischia di essere ucciso". Il tatuaggio siberiano è divenuto quasi un tatuaggio pop e il cinema ha cercato di raccontarlo, ma Nicolai è molto scettico: "Il film di Cronenberg ("La promessa dell'assassino", ndr) è tutta una farsa. Il tatuaggio siberiano è morto con i siberiani. È una menzogna, dal film sembra quasi che tutti gli affiliati russi si tatuino, ma non è così. Quei tatuaggi li hanno solo alcuni, come per esempio Seme Nero". Seme Nero è un clan che si tatua ma è un gruppo che vive in carcere. Non possono avere rapporti sessuali, non possono avere famiglia, quando escono dalla galera fanno di tutto per rientrarci. Sono cosche di criminali spesso create dalla polizia per controllare le carceri, criminali comuni entrano in Seme Nero e divengono come una casta che governa in cella su tutti. Ma queste storie che rimbalzano intorno al libro di Lilin sono satelliti rispetto al suo obiettivo, quello di raccontare la palestra, la tana delle tigri siberiane in cui viene a formarsi un giovane Urka, stirpe estinta di antico guerriero. L'educazione siberiana è un'educazione antica quasi sciamanica, disciplinata. Chiedo a Nicolai della morte, che per tutto il libro è sempre vista come una compagna di vita, come qualcosa che sta lì pronta ad aspettarti né terribile né amica. C'è e basta. "Io ho ucciso Roberto, ho ucciso un bel po' di persone. Ma non sento dolore, o meglio sento che ero costretto a farlo, ero un militare in Cecenia, e dovevo sparare. Ho ucciso e ho sentito la morte tante volte vicina a me. Ma anche su questo la mia gente mi ha insegnato a capire la morte, a conoscerla e a non sentirla come qualcosa di strano. Qui nessuno vuole morire. Io se voglio la vita so che devo volere anche la morte". Gli chiedo se ora vuol solo fare lo scrittore e vuole smettere di tatuare. "Mi sono un po' stancato. Continuare a raccontare storie con le parole mi piacerebbe di più che continuare a bucare pelle...". Me ne vado con la certezza che il racconto e la memoria possono salvare un mondo e permettere di mappare una sorta di percorso che pericolosamente ci dice: il peggio è ancora da venire e laddove si perdono le regole si perde tutto ma, come scrive Lilin, il motto degli Urka siberiani è ancora vivo: "C'è chi la vita la gode, chi la subisce, noi la combattiamo".

venerdì 20 marzo 2009

Libro da segnalare

ACAB
all coops are bastards

di Carlo Bonini

Per la prima volta parlano i celerini 'bastardi', l'odio italiano in un libro di sconvolgente forza narrativa. ACAB All Cops Are Bastards. Il refrain di un celebre motivo skin anni Settanta diventa richiamo universale alla guerra nelle città, nelle strade. Michelangelo, «Drago» e «lo Sciatto» sono tre «celerini bastardi». Sono odiati e hanno imparato a odiare. Basta leggere l'impressionante e inedita chat del loro reparto per capirlo. Cresciuti nel culto della destra fascista, si scoprono disillusi al termine di una parabola di violenza che è la loro «educazione sentimentale». Nella narrazione di Bonini si svela, attraverso l'occhio e il linguaggio degli «sbirri» e una lunga inchiesta sul campo, la trama occulta dei piú sconcertanti episodi di violenza urbana accaduti in Italia negli ultimi due anni. Che collega in un ritmo serrato e una scrittura emozionante episodi accaduti in tempi e luoghi diversi come l'assalto militare degli ultras a una caserma di Roma e la caccia al romeno nelle periferie, i Cpt per immigrati clandestini e gli scontri della discarica di Pianura. La catena dell'odio e dell'impunità.

www.enaudi.it

KaosRoma77: Tre giorni tutto d'un fiato. Per arrivare al capitolo successivo non stacchi mai l'attenzione dalle righe del libro. Affascinante. Leggi il prologo

lunedì 2 febbraio 2009

Libro da segnalare:

TIFARE CONTRO
di Giovanni Francesio

1968-2007. È racchiusa fra queste date la parabola degli ultras italiani. Dalla fondazione del primo gruppo alle morti dell'agente Filippo Raciti e del tifoso Gabriele Sandri: la fine della storia, se vincerà la linea della repressione a tutti i costi. Sono passati quarant'anni, eppure in molti compresi quei commentatori che il calcio lo vedono solo in tv o quei politici che la curva la osservano dal caldo della tribuna vip - sanno ancora poco del mondo ultras. I giudizi sferzanti, quelli sì, riempiono le colonne dei giornali: "tutti delinquenti", "sono bestie e come tali vanno trattati", "il male assoluto del calcio". In attesa di una terapia più efficace di quella praticata finora - ovvero botte e diffide - e di una gestione meno anacronistica degli stadi è il momento giusto per provare a sollevare il velo dell'ipocrisia e fare luce su un fenomeno che del discusso "sistema calcio" non è nemmeno la parte più marcia. Un libro schietto e provocatorio, per raccontare le curve senza giri di parole. Dal punto di vista di chi la curva l'ha vissuta.
KaosRoma77: Finalmente qualcuno che scrive come vanno le cose. La mentaltà Ultras, i gesti le fazioni , raccontate in modo schietto e non da quei finti moralisti che si riempiono la bocca e i giornali senza sapere veramente di che cosa parlano. Lo consiglio a tutti...soprattutto a loro.

lunedì 19 gennaio 2009

Libro da segnalare:

GOMORRA
Un libro che racconta il potere della camorra, la sua affermazione economica e finanziaria, e la sua potenza militare, la sua metamorfosi in comitato d'affari. Una scrittura in prima persona fatta dal luogo degli agguati, nei negozi e nelle fabbriche dei clan, raccogliendo testimonianze e leggende. La storia parte dalla guerra di Secondigliano, dall'ascesa del gruppo Di Lauro al conflitto interno che ha generato 80 morti in poco più di un mese. Una narrazione-reportage che svela i misteri del "Sistema" (così gli affiliati parlano della camorra, termine che nessuno più usa), di un'organizzazione poco conosciuta, creduta sconfitta e che nel silenzio è diventata potentissima superando Cosa Nostra per numero di affiliati e giro d'affari.
KaosRoma: Semplicemente dettagliato, crudo, affascinante. Mentre scorrevo le pagine non riuscivo a credere che fosse storia reale vissuta. Consiglio a chiunque di leggerlo. Imperdibile.

mercoledì 12 novembre 2008

Tutte le verità di Cassano

Il genietto di Bari Vecchia racconta i suoi primi ventisei anni nell'autobiografia "Dico Tutto". Dall'infanzia in mezzo ai criminali ai due a scuola, dal sesso al cibo, da Bari a Genova passando per Roma e Madrid, fino ai suoi allenatori.
I primi ventisei anni di vita di Antonio Cassano, in un libro, la sua autobiografia intitolata "Dico Tutto". E il genietto di Bari Vecchia dice, se non proprio tutto, comunque tanto, molto. Dall'infanzia in mezzo ai criminali ai due a scuola, dal sesso al cibo, da Bari a Genova passando per Roma e Madrid, fino ai suoi allenatori.Partiamo proprio dal rapporto di amore e odio con i tecnici che lo hanno dovuto gestire. Capello: "A Tarragona mi fa scaldare per tutto il secondo tempo con Ronaldo, nello spogliatoio gli dico 'sei un uomo di m...., sei più falso dei soldi del monopoli'". Del Neri? Non si capisce un c.... di quello che dice ed è un po' ambiguo". E ancora, Gentile: "Lo detestavo". Spalletti: "Una volta gli ho detto: 'mica stai allenando quelle schiappe che avevi all'Udinese, questa è mica casa tua, è casa mia". Buone parole solo per Fascetti: "E' l'unico con cui non ho mai scazzato".E lo show continua con i racconti dell' Anto' bambino: "Ero povero, ma tengo a precisare che nella mia vita non ho mai lavorato, anche perché non so fare nulla. Giocavo tra le bancarelle, tutti mi volevano in squadra con loro e scommettevano 10, 15 o 20 mila lire sulla squadra dove giocavo io. Io mica ero trimone, mica ero scemo: volevo il grano io, dovevano darmi la percentuale. A scuola? Avevo due in tutte le materie, un risultato straordinario ottenuto grazie a un impegno costante... Sono stato bocciato sei volte tra elementari e medie".Poi la svolta, il gol in Bari -Inter del 18 dicembre 1999: "Se non ci fosse stata quella partita sarei diventato un rapinatore o uno scippatore, comunque un delinquente... A oggi mi sono fatto 17 anni da disgraziato e 9 da miliardario, me ne mancano ancora 8 prima di pareggiare".Da quel gol la vita è cambiata, soldi e belle donne, che insieme al cibo sono diventate via via la passione più grande: "Quattro fidanzate in 11 anni sono poche, in compenso ho avuto qualche altra avventura: diciamo tra 600 e 700 donne, una ventina delle quali appartengono al mondo dello spettacolo. E non ho mai fatto cilecca, a meno che per cilecca non si intenda essere veloci e un po' egoisti. Spesso ho giocato grandi partite dopo aver fatto sesso: andatevi a vedere Roma - Juve 4-0, avevo fatto le sei la domenica mattina con una delle tante amiche che avevo in quel periodo. E a Madrid era ancora più facile, perché eravamo in albergo, tutti sullo stesso piano, così sopra e sotto potevi invitare chi volevi e raggiungerla nel cuore della notte. Avevo anche un cameriere amico e il suo compito era portarmi 3 o 4 cornetti dopo aver trombato... Sesso più cibo, la notte perfetta".

mercoledì 15 ottobre 2008

Libro da segnalare:

Io, Ultras padrone del pallone

di Andrea Arena

I mali del calcio italiano: tanti. I colpevoli: uno, gli ultras. Ma se gli ultras fossero vittime predestinate per nascondere le malefatte di presidenti megalomani, di giocatori bambocci alla ricerca dell'ingaggio miliardario? Fatto sta che presidenti, allenatori e giocatori hanno telecamere a disposizione a tutte le ore, mentre gli ultras non hanno voce. Ma un ultras decide di raccontarsi e di raccontare il suo mondo. Ed ecco il romanzo di un vero padrone del pallone.

www.libri.kelkoo.it

lunedì 15 settembre 2008

Libro da segnalare:

IL CANE CHE AMAVA TROPPO

di Nicolas Dodman

"Non credo che saranno molti i padroni che faticheranno a riconoscere nelle pagine seguenti alcuni comportamenti abituali dei loro cani. E' fondamentale sapere interpretare le prime avvisaglie di un disturbo e avere ben chiaro in mente come comportarsi e a chi rivolgersi per evitare che la situazione evolva in qualcosa di più serio. Il cane rimane, dopo tutto, il miglior amico dell'uomo: il minimo che possiamo fare è cercare di capirlo un pò di più".

Un manuale chiaro, puntuale e completo, che offre soluzioni concrete per curare i cosiddetti cani "difficili"; cani che azzannano il telefono ogni volta che squilla, che inseguono animali immaginari, che si spaventano alla semplice vista di un'oggetto o che morsicano le persone apparentemente senza motivo.

www.tealibri.it

Arale: Un libro che tutti gli amanti dei cani dovrebbero avere. Io l'ho trovato utile per capire meglio il mio anche se, pensavo di sapere molto sui nostri amici a quattro zampe ho imparato metodi nuovi su come comunicare davvero con loro e interpretare tutti i loro gesti.

domenica 7 settembre 2008

Libro da segnalare:

Il boss dei boss. La vera storia di Bernardo Provenzano
di Longrigg Clare
"Aveva il sorriso di uno che la sa lunga, come volesse dire: 'Pensate di aver vinto, ma non è così. La mia cattura non cambia nulla. Cosa Nostra non è sconfitta'." In questo modo un poliziotto rievoca il primo contatto con Bernardo Provenzano l'11 aprile 2006, dopo quarantatré anni di latitanza e tredici alla guida di Cosa Nostra. Ma chi era stato, e chi è davvero oggi, l'uomo dimesso e provato che quel giorno il mondo intero vide sbucare - lui, fra i criminali più ricchi e potenti - da una rudimentale casupola di campagna? Chi è l'uomo che con i suoi pizzini ha tenuto per anni in scacco le più sofisticate tecnologie d'intercettazione? L'uomo che all'inizio della sua carriera era soprannominato "il Trattore" ("dove passa lui non cresce più l'erba", disse un pentito) ma divenne poi "il Ragioniere" le cui doti di abile mediatore salvarono Cosa Nostra dallo scioglimento? L'uomo che nel suo capannone-macello sciolse decine di avversari nell'acido ma che è stato un padre e un compagno delicato e devoto, capace contro ogni tradizione di indirizzare a una vita onesta i propri figli maschi? Un uomo che sembrava finito e invece, come si è scoperto negli ultimi mesi, continua a trasmettere pizzini?

Kaos Roma77: Libro interessantissimo in cui il lettore non riesce a staccarsi dalle pagine, almeno così è capitato al sottoscritto. Ho trovato particolare interesse per le vicende dal 1992 ad oggi essendo storia attuale e di cui io ho memoria.

martedì 15 luglio 2008

Libro da segnalare:

Il bambino con la pistola
“Non c’è niente di più inquietante di un bambino con la pistola”.

di Matt Whyman

Sonny e Alberto sono piú che migliori amici. Sono fratelli di sangue. Tredici anni e una vita già segnata tra le strade di Medellin, in Colombia, dove le pistole parlano al posto delle parole. Qui è possibile commissionare un omicidio per pochi pesos, affidando il lavoro sporco a semplici ragazzini. Cosí, quando Alberto viene ingaggiato da un boss della zona, Shorty si ritrova a dover cercare da solo un po' di affetto, di rispetto e di prospettive, soprattutto dopo l'improvvisa scomparsa dell'amico. Ora Shorty sa finalmente incutere timore: troppo giovane per morire, ma grande abbastanza per maneggiare una pistola. Mentre crollano una dopo l'altra le ultime illusioni, il ragazzo trova la sua strada per diventare uomo, l'unica alternativa al non essere nessuno: uccidere.
kaosRoma77: Un libro inquietante in cui il lettore percepisce che si è veramente fortunati a non essere nati in quei luoghi; un libro che consiglio a tutti (quelli non impressionabili) per far capire che nel mondo esistono anche queste storie, non solo nei film.