Ancora fischi. Per il terzo pareggio di fila che certifica il fallimento della Roma di Luis Enrique. Con tre punti nelle ultime cinque gare è quasi impossibile per i giallorossi ottenere la qualificazione per l’Europa League. Aritmeticamente, con un turno ancora da giocare, possono ancora farcela, ma la stagione è comunque da bocciare. Anche il Catania di Montella rischia di vincere all’Olimpico: finisce 2 a 2, solo perché Francesco Totti ancora una volta è la ciambella di salvataggio di questo club. Il capitano, dopo essersi fatto respingere un rigore, realizza una doppietta: sono 8 i suoi gol in campionato, 215 in serie A e 270 in assoluto. In tribuna, per l’ultima partita casalinga del torneo, c’è anche il presidente DiBenedetto. Lascerà amareggiato e preoccupato lo stadio. Luis Enrique sfigura davanti all’ex Montella, scaricato con un po’ troppa precipitazione dai dirigenti italiani scelti dal consorzio statunitense per aprire la nuova éra. Totti, sino all’ultimo, dà una mano al tecnico asturiano: il capitano, entrato in campo tenendo per mano i figli Cristian e Chanel e messo al terzo davanti alla porta Pjanic che si perde sul più bello, ha subito la possibilità di festeggiare la cinquecentesima presenza in A. Al nono, però, si fa parare un rigore da Carrizo che lo aveva provocato. Su cross di Osvaldo, l’ex portiere della Lazio era franato addosso a Borini, chiamando l’intervento dell’arbitro Peruzzo. Totti, nella stessa circostanza, sbaglia due volte, perché sulla respinta dell’argentino, a porta vuota, calcia alto di sinistro. Per un quarto d’ora la Roma è abbastanza brillante. E dipende, nel bene e nel male, dalle giocate proprio di Totti che, entrando in area, calcia forte di destro in diagonale, con Carrizo pronto stavolta a usare il piede destro. Il capitano dovrà aspettare la ripresa. Montella, 10 anni e 102 reti in giallorosso, riceve gli applausi del pubblico dell’Olimpico che non dimentica. E’ tra i candidati per la panchina giallorossa e ci tiene a far bella figura. Il suo Catania, salvo da un bel pezzo, è però sazio. Nella prima parte, approfittando della staticità della Roma, costruisce lo stesso tre occasioni da rete con Bergessio, Legrottaglie e Gomez con Lobont che si fa ringraziare dai compagni. Nel finale di tempo tiri di Gago, bravo Carrizo ad alzare sopra la traversa, e Borini, a lato, prima dei fischi dei tifosi giallorossi che non approvano la prestazione giallorossa. Carrizo è il grande protagonista della ripresa. Devia in angolo un sinistro di Totti che al settimo, su appoggio di Gago, lo supera, sempre di sinoistro, da fuori area, senza nemmeno dargli il tempo di buttarsi: 1 a 0 e bacio del capitano verso la famiglia in tribuna, gli risponde, con lo stesso affetto, anche il presidente DiBenedetto. La Roma, però, si ferma. Allungandosi, permette al Catania di organizzarsi e di avanzare con disinvoltura. Heinze stende in area Barrientos e Lodi trasforma al tredicesimo il rigore dell 1 a 1. Moreno, il vice di Luis Enrique, spiega a Bojan, in panchina e usando l’iPad, che cosa fare. Dentro lo spagnolo per Osvaldo, abbastanza sorpreso. Ma lo schema giusto è quello di Montella: punizione da destra di Lodi, e rigore in movimento per Marchese che, un passo dentro l’area, firma di sinistro il momentaneo sorpasso al ventiduesimo. Spazio a Lamela, fuori Borini. Ma è ancora Totti, al trentaduesimo, a tenere la Roma in corsa: Marquinho apre a sinistra per Pjanic che offre al capitano la palla del 2 a 2 davanti alla porta. La Roma va all’assalto. Carrizo è straordinario sul destro di Bojan da fuori e per due volte di piede su Lamela, lanciato dallo spagnolo, e su Pjanic che poi lascia il posto a Simplicio. Bojan subisce la spinta di Legrottaglie, ma Peruzzo non concede il secondo rigore alla Roma. Il mental coach Llorente, pronto a condannare Delio Rossi via Twitter, si fa cacciare per le proteste esagerate e conclude nel modo peggiore la sua prima (e unica?) stagione romana. Totti e De Rossi con le figlie Chanel e Gaia vanno a salutare i tifosi della Sud, applauditi in precedenza solo da Lobont e Taddei. I loro compagni evitano la passerella per non prendere altri fischi. Che la Roma tutta merita per l’annata davvero deludente.
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domenica 6 maggio 2012
domenica 29 aprile 2012
La Sud, Totti, la Roma. La rabbia e l'amore
Li ha guardati lentamente, studiandone le facce una per una, guidando un corteo triste e scoraggiato. La Curva Sud urlava di tutto, pretendeva di avere la squadra a tiro di insulto, a pochi passi. «Andiamo allora» . Francesco Totti ha chiamato i compagni, ha accettato il confronto con la folla inferocita, piazzandosi due metri davanti agli altri per proteggerli, per tutelare la loro immagine. Quasi tutti erano a testa bassa, lui no. Senza muovere un muscolo del viso ha accolto la protesta dei suoi tifosi. Gli occhi di ghiaccio ma fieri, alla pari, senza vergogna. Totti era impassibile, paziente. Capitano. Con l’accento sulla “a”.
CAOS CALMO - «Ma non sei tu il problema!» urlavano i tifosi di prima linea, quelli attaccati al vetro che divide la curva dalla pista d’atletica dello stadio Olimpico. «Tu sei un grande, sono gli altri che fanno schifo» . E giù parolacce indirizzate a Rosi, a Kjaer, a molti dei giocatori che gli stavano accanto. Totti, uno scudo potente per il malessere della squadra, ha incassato e ha risposto: «Cosa posso fare?» . «Dije quanto so’ pippe!» , è stata l’esortazione, arricchita da epiteti che non si possono riportare.
ELOGI - Il gesto di Totti è stato molto apprezzato dai giocatori. Ma anche da Luis Enrique, di cui lo stadio aveva chiesto la cacciata già dopo la sconfitta con la Fiorentina. «Francesco ha fatto un gesto bellissimo - spiega l’allenatore - io non sono andato perché in questo momento sarebbe stata una provocazione verso i tifosi. In ogni caso, sotto la curva non mi vedrete mai. Nemmeno se dovessi vincere dieci o venti partite di fila. Quelle sono cose da calciatori. Quando ero calciatore, mi godevo l’abbraccio della gente. Adesso no, sono un allenatore» . E Baldini lo difende, anche in questo: «Ognuno mette la faccia come vuole. Luis fa quattro conferenze stampa a settimana, si espone in una lingua che non è la sua, non mi sembra che si nasconda. Avete idea di quanto sia difficile?
GEMME - In effetti, anche quando gioca, Totti è ancora un maestro di cui Luis Enrique non può fare a meno. A prescindere dai chilometri percorsi, dalle pause, dalle difficoltà che tutti i giocatori della Roma hanno incontrato nel secondo tempo mentre il Napoli si impadroniva della partita, il suo genio ha messo il marchio anche in questa serata. Prima ha costretto De Sanctis a inginocchiarsi con un tiro potente. E Gago, incredibilmente, non ne ha saputo approfittare. Poi, con tre pennellate di classe nella stessa azione, quella che aveva illuso la Roma, ha spinto la squadra verso il vantaggio. Che non è bastato a vincere, a risalire la classifica, e nemmeno a riconquistare la Curva Sud.
giovedì 26 aprile 2012
Roma assediata. «Siete mercenari!».
Delusione e rabbia. Perché secondo loro i bocconi amari da mandare giù sono diventati troppi. Ieri pomeriggio, all’Olimpico, i tifosi della Roma hanno preso posizione. In maniera piuttosto pesante. Gli stessi che mesi fa avevano lanciato lo slogan “mai schiavi del risultato”, stavolta hanno contestato. Non una contestazione «veicolata dalla stampa, di dieci persone» come il direttore generale Franco Baldini aveva definito gli insulti presi dalla comitiva giallorossa a Fiumicino, domenica scorsa, al ritorno da Torino. E non una contestazione premeditata, visto che si era partiti, prima e durante la gara con la Fiorentina, da semplici fischi. Forti, provenienti dalla curva Sud, ma solo fischi. Ma la sconfitta maturata all’ultimo minuto è stata la goccia che ha fatto traboccare il vaso.
ALLARME - I cori che hanno accompagnato l’uscita dal campo della Roma, evidentemente, erano solo l’antipasto. Dopo aver chiesto «un tiro in porta» e la presenza di «undici leoni» , lo striscione apparso prima delll’inizio della partita nel settore dei Distinti Sud che dava sostegno in spagnolo a Luis Enrique parlando di «un uomo vero in un mondo di falsi, adelante!» , è stato dimenticato in un attimo. Fischi e “vaffa” sono partiti ben scanditi dalla casa del pubblico giallorosso, prendendo il posto dell’incitamento che durante la partita, specialmente nel secondo tempo, non era mancato. Poi le attività delle forze dell’ordine hanno guadagnato in pochi minuti un ritmo frenetico. Uomini della Digos, steward, agenti in divisa e in assetto da anti-sommossa. Tutti nei pressi del pullman che stava attendendo la Roma, impegnata tra docce e interviste. I suoni di sirene e ordini via-radio, hanno aperto lo scenario di fronte al cancello dal quale il pullman sarebbe dovuto passare: circa duecento tifosi avevano bloccato il vialetto, pronti a manifestare il pesante dissenso. Mezzi della Polizia e dei Carabinieri controllavano la situazione. Tanti i cori: da «la nostra fede non va tradita» a «mercenari p rendete i miliardi, andate a lavorare» . E ancora «il progetto dove sta?» e «uscite a mezzanotte» . Tra i bersagli preferiti, Luis Enrique, tra un «vattene» e un ironico «vieni fuori» che non prometteva nulla di buono. E poi «c’avete rotto il c...» e anche «vi romperemo il c...».
MANOVRE - All’interno dello stadio, i lavori, erano finalizzati alla possibile manovra che il pullman giallorosso avrebbe potuto fare. E così, dopo un’ora e mezza di tensione, alle 18,30, il mezzo con la squadra ha lasciato l’Olimpico passando dall’altra parte, uscendo dalla curva Nord, dove l’arrivo di pochi altri tifosi era stato ben controllato dalle forze dell’ordine, preventivamente schierate. Nel frattempo qualche giocatore era andato via con mezzi privati, sempre dal lato Nord. Attimi di tensione quando un giornalista, diretto verso il parcheggio riservato, è stato offeso, inseguito e accerchiato, senza che le forze dell’ordine, allertate, prendessero coscienza del rischio a cui si stava andando incontro.
COLLOQUIO - Un girone dopo la prima vera protesta dei tifosi, quella di Firenze del 4 dicembre dello scorso anno, quando tra il Franchi e la stazione Termini furono pesantemente attaccati Luis Enrique, dirigenti e giocatori, la Roma si è ritrovata nella stessa situazione. Soltanto che stavolta il dg Baldini e il ds Sabatini, alle 19, hanno deciso di uscire e parlare con i cinquanta tifosi rimasti. Venti minuti di colloquio, con il controllo delle forze dell’ordine. Più tardi, in trenta hanno aspettato la squadra a Trigoria: insulti e fischi anche lì. E da oggi, il centro sportivo giallorosso, sarà presidiato dalle forze dell’ordine. Almeno fino alla gara con il Napoli.
venerdì 13 aprile 2012
L'Acquistinho è diventato l'uomo in più
Marquinho, ormai non è più una sorpresa ma una piacevole conferma. Il centrocampista brasiliano sta stupendo tutti, non Sabatini che era convinto delle capacità dell’ex Fluminense. Non solo, il direttore sportivo giallorosso è convinto che il ragazzo abbia ancora grandi margini di miglioramento. I più sorpresi di tutti sono stati i tifosi che a gennaio avevano accolto con un po’ di scetticismo il suo arrivo nella Capitale con la formula del prestito con diritto di riscatto. Nessuno si aspettava queste prestazioni e questa crescita partita dopo partita. Il ragazzo, appena arrivato a Roma, si è messo sotto. E anche oggi che è riuscito a ritagliarsi il suo spazio sta continuando a lavorare per migliorare ancora. Vuole essere confermato. Non vuole perdere questa chance. La chance di giocare in Europa a grandi livelli. Ad oggi Marquinho ha totalizzato 9 presenze e due gol. Entrambe le reti, realizzate contro il Novara e l’Udinese, sono arrivate a sorpresa con colpi di testa. A sorpresa perché nessuno si aspettava che il ragazzo avesse anche questa dote. Fin dalla prima apparizione si era notata la sua facilità di tiro dalla distanza, ma ora ha fatto vedere di non avere solo il sinistro. Il tiro, il colpo di testa, ma anche altro. Altra capacità che lo caratterizza è quella degli inserimenti che hanno sorpreso le difese avversarie e pure i tifosi giallorossi. In molti lo hanno definito «un Perrotta ma con i piedi da brasiliano».
martedì 20 marzo 2012
Roma Vista sull’Europa
Nel giorno dell'accordo con il fantastico mondo di Disney forse i tifosi romanisti si aspettavano uno spettacolo diverso all'Olimpico. La Roma gioca invece una mezza partita che non riesce a trasformare in storia meravigliosa, ma che ha comunque un lieto fine. Contro il mediocre Genoa di Marino arrivano tre punti importanti per classifica e morale a chiusura di un weekend nel quale i giallorossi hanno recuperato punti a tutte le dirette concorrenti per l'Europa del prossimo anno. La Champions ora è quattro punti più su (5 considerando la Lazio). Luis Enrique non fa sorprese, Taddei vince il ballottaggio con Rosi in difesa, Greco quello a centrocampo con il nuovo arrivato Marquinho. In campo va la Roma annunciata alla vigilia, senza Totti e Pjanic infortunati e con il rientro da titolare di Osvaldo al quale bastano tre minuti per rompere un digiuno lungo ottantanove giorni e portare a otto i suoi gol con la maglia giallorossa. C'è la sua firma sul gran gol che porta avanti la Roma e mette la gara in discesa. Il cronometro non ha ancora completato il terzo giro, che l'oriundo trasforma l'ottima apertura di Greco in perla: parte sul filo del fuorigioco, stop e dribbling su Rossi con palla imprendibile per Frey. Il Genoa non ha ancora capito dove si trova e accusa il colpo, i giallorossi arrivano da tutte le parti e hanno almeno un altro paio di occasioni per chiudere il discorso. Ma come fin troppe volte visto quest'anno il gioco della Roma non produce il meritato allungo. Osvaldo è in serata, prima prova una rovesciata in area che sbatte però su Kaladze, poi rabona che mette palla nel mezzo: ma la difesa ligure chiude bene. Ci provano più o meno tutti: Greco da fuori (bene Frey), poi Kjaer da due passi (perde tempo e tira alto), quindi ancora Osvaldo lanciato da Taddei ma forse convinto di essere in fuorigioco (male a lato) e infine De Rossi dalla distanza (altra bella cosa di Frey). Insomma la partita è saldamente nella mani della Roma, complice anche la pochezza del Genoa, ma gli uomini di Luis Enrique commettono l'errore di non chiuderla e nel finale della prima frazione rischiano grosso almeno in un paio di occasioni. La strigliata dell'intervallo sembra produrre effetto sulla Roma che riparte bene: ma è solo l'ennesima illusione. I giallorossi continuano a sbagliare sotto porta e trovano Frey sempre pronto: prima si oppone a Lamela, poi non abbocca sul pallonetto di Borini. Luis Enrique cambia: fuori un Lamela poco concreto, dentro Bojan e lo spagnolo ha subito l'occasione per chiudere la gara che sbaglia però clamorosamente. Bello lo stop sul lancio profondo a scavalcare la difesa di De Rossi, inguardabile il tiro in porta. Così, come già accaduto nel primo tempo, la Roma si espone al contropiede del Genoa e rischia di non vincere una partita assurda. Prima Veloso da fuori costringe Stekelenburg ad alzare sopra la porta, poi Palacio grazia la Roma: lancione dalla trequarti di Jorquera, Palacio sfila alle spalle di Kjaer (prima dormita della serata), stoppa il pallone ma incredibilmente da solo spara sulla traversa. Il cuore si ferma in petto ai 35mila dell'Olimpico, ma lo spavento non serve alla Roma che chiude in evidente affanno. I tre fischi del mediocre Giannoccaro arrivano così come una liberazione: tre punti non bellissimi ma importanti per testa e classifica. Ora palla lunga e pedalare... verso il Milan che non è il Genoa e sabato a San Siro servirà tutta un'altra Roma.
Osvaldo gol, la Roma si fa avanti
La Roma si arrampica un po' e due vittorie di fila dopo il derby perso sono un bel segnale. Se poi questo significa inseguire di nuovo il terzo posto, si vedrà più in là. Anche perchè nell'occasione non ha incantato. Anzi. Trovato il gol con Osvaldo dopo appena due minuti e mezzo, avrebbe dovuto sfoderare ben altra partita. E invece ha sfiorato più volte il raddoppio, ha sciupato troppo e non si è mai messa al sicuro. Forse è in atto una trasformazione impensabile. Era già successo a Palermo: gol lampo e poi una difesa attenta, grintosa, a tratti disperata. Deve aver cambiato copione Luis Enrique, perchè contro il Genoa la storia si è ripetuta pari pari. Ci sono aspetti positivi e inediti: in 180’ la squadra non ha subito gol, è riuscita per ben due volte a difender quel vantaggio iniziale e in effetti la difesa è molto più attenta di prima, nonchè più protetta. Poi c'è un'altra novità: la squadra spesso cerca gli attaccanti con lanci lunghi, lo ha fatto molto contro il Genoa e infatti così Osvaldo ha segnato l'unico gol e ne ha sfiorati altri due. Nella ripresa il Genoa ha addirittura fatto possesso palla mentre la Roma è arretrata, ha alzato la diga ed ha cercato di colpire in contropiede. Una Roma, insomma, diversa dalla solita, molto più pratica ma non certo bella. Continua a buttare via palle gol importanti e alla fine rischia di subire il pari. Ha confermato invece questa capacità di colpire subito, è la squadra che segna di più in avvio ma farebbe bene a consolidare poi il vantaggio. In questo caso non ci è riuscita anche perchè Lamela ha deluso, Borini non è stato il solito e Osvaldo dopo un primo tempo esplosivo si è spento. Insomma una Roma a metà, più brava dietro che in avanti. E questo è un autentico paradosso.
GOL LAMPO - Osvaldo ha spianato la strada. Si vede che dopo i due turni di squalifica non vedeva l'ora di risalire sulla giostra e dopo appena due minuti e mezzo è andato in gol. Bravo Greco nel recuperare palla e nel pescarlo sulla sinistra, ancora più bravo Osvaldo che ha saltato Rossi, si è accentrato il giusto e appena entrato in area ha esploso un diagonale che ha sorpreso Frey. Messa così, molti hanno pensato ad una goleada romanista. E invece quella prodezza è rimasta l'unica del primo tempo. In verità, sempre con Osvaldo, la Roma ha sfiorato più volte il raddoppio: clamoroso l'errore dell'argentino al 22’. Taddei lo ha cercato con un lancio lungo, Osvaldo si è trovato solo davanti a Frey ma il suo rasoterra è finito di poco fuori. Poco prima Greco aveva costretto Frey ad una mezza prodezza e ancora Osvaldo, assatanato, al 28’ ha sfiorato la traversa con un'azione simile a quella del gol. Il Genoa però non è rimasto a guardare e anzi la partita ha preso una piega imprevedibile: la Roma ha fatto solo a tratti il suo proverbiale possesso palla ma lo ha alternato a lanci lunghi, negli spazi, con cui ha creato oltre al gol altri pericoli a Frey. Solo che Lamela non ha toccato palla per gli interi 45' e anche Borini ha combinato poco. Al contrario il Genoa per lunghi tratti ha fatto la partita, ha pressato i romanisti senza lasciare loro il dominio a centrocampo, ma davanti raramente è stato pericoloso. Al 13’ Palacio ha saltato due romanisti ma il suo diagonale è stato deviato in angolo da Stekelenburg e poi al 32’, su cross del solito Palacio, Belluschi ha tentato una deviazione ma nel contrasto con Heinze ne è venuto fuori un tocco troppo lento. Gilardino si è visto poco e così Kjaer, sempre sotto esame, nei primi 45' ha fatto un figurone.
PALACIO SFIORA IL PARI - Nella ripresa Marino ha sostituito Rossi, in affanno su Osvaldo, con Jankovic, passando ad un 4-4-2, con Mesto esterno destro basso. Anche Luis Enrique ha ritoccato la squadra, spostado Lamela a sinistra e Osvaldo al centro con un classico 4-3-3. Lamela sull'out ha dato segni di risveglio e dopo 2’ ha costretto Frey ad un salvataggio. Ma è stato l'unico guizzo e al 13' Luis Enrique, stanco, lo ha sostituito con Bojan che al 17’, pescato da De Rossi, ha fatto tutto bene tranne il tiro, a due metri dalla porta. Al 26’ Palacio si è divorato il pari, sull'uscita di Stekelenburg ha alzato troppo la mira, sbucciando la traversa. Marquinho appena entrato ha costretto Frey in angolo e sul corner Bojan ha sfiorato il raddoppio dal limite.
Arriva la Roma
Ma per le palle gol costruite nei due tempi merita ampiamente i tre punti. Luis Enrique, proprio come a Palermo, sceglie gli interpreti che gli garantiscono maggiore equilibrio. In difesa torna Taddei, non ancora al top, per Rosi, in attacco Osvaldo prende il posto dell’indisponibile Totti, anche se da trequartista arretra Lamela, con l’italoargentino accanto a Borini. Senza Totti e Pjanic, assetto logico, con la conferma di Greco a centrocampo e Marquinho inizialmente in panchina. L’impostazione funziona e il primo tempo è buono. Non ottimo, ma solo perché la Roma arriva all’intervallo in vantaggio di un gol, quando ne avrebbe dovuti (e potuti) segnare altri. Tante le occasioni sprecate davanti a Frey che evita ai compagni un passivo più pesante. La partenza è lanciata, sempre come in Sicilia dieci giorni fa. Il compito dei giallorossi, nel monday night, dovrebbe essere più semplice. Lancio di Greco, in area, per Osvaldo, appostato a sinistra. Stop e dribbling a rientrare, Rossi che rimane sul posto. Destro preciso sul palo scoperto: 1 a 0 al terzo. L’attaccante torna al gol, l’ottavo in campionato, dopo tre mesi, l’ultimo il 21 dicembre a Bologna. Il Genoa, con il suo 4-3-1-2, non può certo aspettare, come spesso fanno le avversarie della Roma e non solo nelle gare all’Olimpico. Palacio, saltando Taddei, ha subito sul destro la palla del pari. Kjaer, però, sporca il tiro in angolo. Sino alla mezz’ora, però, sono solo chance giallorosse: Greco da fuori con Frey che si distende e devia sul fondo, Kjaer spara alto dopo tocco di Heinze e soprattutto Osvaldo che entra in area in solitudine e appoggia a lato. Palacio interrompe l’assalto: da sinistra mette al centro per Belluschi che, approfittando di una dormita di Josè Angel, riesce a toccare in porta. Conclusione centrale, bloccata da Stekelenburg. Frey è bravo anche sul destro da fuori di De Rossi. La Roma è squadra per un tempo. Con il possesso palla e il ritmo abbastanza alto. Lamela, dietro le punte, non è però efficace. Dopo un’ora Luis Enrique lo fa uscire, inserendo Bojan che va a fare proprio il trequartista. Marino, invece, inizia la ripresa con Jankovic al posto di Rossi, con Mesto che arretra da terzino destro. Lamela prima di lasciare il campo, calcia di sinistro ma Frey non si fa sorprendere. Bojan si presenta bene, su lancio di de Rossi, anche se la conclusione è troppo larga. I giallorossi non sono più quelli della prima parte, lasciano spesso il controllo della gara agli ospiti. L’assetto si spacca in due, gli attaccanti rientrano poco. A centrocampo, con De Rossi ormai terzo centrale difensivo, è più brillante il Genoa che adesso osa di più: dentro Jorquera per Belluschi. Veloso ci prova da fuori: Stekelenburg in angolo. Palacio colpisce la traversa su pennellata di Jorquera. Kjaer ed Heinze, anche se con qualche sciatteria, fanno muro. Meno male che Gilardino non emerge. Tocca a Marquinho per Greco. Il brasiliano va al tiro di sinistro: sempre Frey, ancora in angolo. Borini sembra stanco. Nel finale Simplicio per Gago. Il brasiliano aiuta i compagni sfiniti, la Roma per la seconda gara di fila non prende gol. Luis Enrique si tiene stretto l’equilibrio trovato dopo il derby del 4 marzo scorso: potrebbe essere decisivo per giocare la Champions l’anno prossimo.
lunedì 19 marzo 2012
L'Europa è più vicina
Improvvisamente l’Europa sembra più vicina. Pure senza giocare. E di notte, conoscendo già i risultati delle rivali, la Roma ha la grande chance di accendere di nuovo i fari sulla zona Champions. A dieci giornate dalla conclusione del torneo, i giallorossi si potrebbero ritrovare di nuovo in corsa. Parte da meno 7, ma con un successo rivedrebbe il podio. Restando sempre sotto alla Lazio terza e anche all’Udinese e al Napoli, ma con un distacco ridotto e quindi recuperabile, 4 punti dai biancocelesti, grazie soprattutto alla sconfitta della squadra di Reja a Catania. La concentrazione è solo sul monday night che può rappresentare l’ultima chiamata di una stagione che al momento rischia di proseguire per altri due mesi in maniera anonima e insignificante. «Non pensiamo alle altre partite che dovremo affrontare, ma a questa e basta». Lo ha detto Luis Enrique, sabato mattina in conferenza stampa, e lo ha ripetuto al suo gruppo in queste ore, anche a De Rossi che, dopo la vittoria di Palermo, aveva detto di voler fare l’en plein nelle restanti undici gare. Per l’asturiano è invece inutile guardare avanti. «Mi interessano i tre punti contro il Genoa: so che possiamo prenderli». Luis Enrique, insomma, va sul concreto. E a vedere le assenze, anche la Roma sarà pratica negli interpreti. Mancheranno sia Pjanic e Totti, gli uomini che più hanno giocato da trequartisti nel 4-3-3 giallorosso. Quindi i due che puntano sulla qualità per mandare in porta i compagni, il bosniaco che in questa squadra ha l’assist facile pure da mezzala e il capitano che da sempre si dedica in modo raffinato agli altri. Sarà un assetto per certi versi operaio. Più tosto e per certi versi anche più bilanciato. Perché i centrocampisti, compreso il primavera Viviani, sono tutti disponibili. C’è solo da scegliere, magari intervendo pure in corsa. Greco può garantire maggiore equilibrio, Marquinho gli inserimenti, Simplicio l’abitudine al ruolo. Ma per rimanere in corsa per la zona Champions, servono le reti degli attaccanti giallorossi. Ultimamente segna solo Borini, l’ultimo arrivato (a fine agosto) e in questi primi due mesi e mezzo del nuovo anno diventato, con 8 gol nelle ultime 10 partite, il miglior realizzatore del gruppo. Osvaldo, pronto a rientrare dopo i due turni di stop per squalifica, è a digiuno dal 21 dicembre, gara di Bologna. Lamela, quasi sicuramente spostato stasera dietro alle punte nel ruolo che preferisce, ha segnato solo una rete in campionato, ormai lontanissima, il 23 ottobre contro il Palermo. Dei cinque attaccanti in rosa, oltre a Borini e a Totti che però non ci sarà, nel 2012 solo Bojan, gol del 4 a 0 all’Inter, ha fatto centro. L’esame per il trio d’attacco, lo stesso che giocò a Bergamo a fine febbraio, e per lo spagnolo che recentemente ha avuto poco spazio, diventa ancora più impegnativo proprio perché le punte giallorosse si ritroveranno davanti Palacio, 14 reti in questo torneo: è il rinforzo che Sabatini ha in mente per il reparto offensivo. L’argentino, bloccato a lungo nell’estate scorsa dal ds giallorosso, potrebbe far parte dell’organico della Roma che verrà. Stasera vuole far crescere il rimpianto di chi non lo ha preso già per questa stagione e magari regalare il primo successo al Genoa allo stadio Olimpico (la formazione rossoblù ha vinto in passato a Roma, mai in questo stadio però). Nella lista degli assenti figurano ancora Burdisso e Juan, inizialmente i due centrali difensivi titolari. A loro si è aggiunto anche Cassetti. «A diciotto, però, ci arriviamo. e undici da mettere in campo comunque li avremo» ha subito chiarito Luis Enrique che non cerca alibi.
E Vincenzo Montella olé
E’ stata la giornata di Montella e Carrizo, Consigli e Legrottaglie, ma anche di Milito, Gava e Russo, con questi ultimi che, a differenza dei primi, l’hanno vissuta da protagonisti negativi. Ma cominciamo dall’aroplanino, volato per l’ennesima volta sulla testa della Lazio lasciando macerie biancocelesti dietro di sè. Grazie al gol segnato da Legrottaglie all’80’ e alle belle parate dell’ex col dente avvelenato Carrizo, il Catania ha inflitto alla squadra di Reja la seconda sconfitta consecutiva. Due battute di arresto su due dopo il derby. Che quella vittoria abbia portato sfiga ai biancocelesti? Più che in una disquisizione sulla scaramanzia Lotito si è lanciato in un’analisi tecnica, definendo immeritata e ingiusta la sconfitta di ieri. Quindi una precisazione che aspettavamo con ansia: «Comunque Reja resterà fino al termine del campionato». Poi addio sarà, con Zola o lo stesso Montella che si profilano all’orizzonte. A proposito di quest’ultimo, però, diciamo subito che da romanisti resteremmo molto delusi se accettasse la panchina di quella squadra che nella nostra città ha sempre avuto come rivale. Poi, certo, da professionista è libero di fare come crede. Per ora merita i complimenti per il bel campionato che sta disputando il suo Catania, ormai a pari punti con l’Inter e la Roma, in attesa della gara di stasera. Nel dopo partita Montella ha lanciato la sua sfida: «Ora possiamo puntare anche ad un posto in Europa». A Milano l’Inter non è andata oltre lo 0- 0 con l’Atalanta anche perché Milito si è fatto parare da Consigli il rigore del possibile 1-0, mentre nel finale l’arbitro Gava non ha concesso il penalty ai bergamaschi per un fallo di Lucio su Gabbiadini. Ma come si fa a non dare un rigore così evidente? Se lo sono chiesti tutti a San Siro, tranne Moratti che, deluso, aveva lasciato la tribuna ben prima della fine della gara. Al pari di Gava anche il suo collega Russo ha vissuto una giornata da incubo a Cagliari, dove prima non ha dato il rigore ai sardi per un fallo chiarissimo e poi gliene ha concessi due molto generosi aiutandoli a conquistare il 3-0 sul Cesena con tripletta di Pinilla. Pessima anche la gestione dei cartellini. Ma Russo non è nuovo a queste performance (ricordate BresciaRoma di qualche tempo fa?) e ci chiediamo come si possa ancora avere fiducia in lui. Nelle altre gare di ieri il Chievo ha strappato il 2-2 a Bologna (gol di Andreolli, Di Vaio, Thereau e Diamanti), il Novara ha vinto 2-0 a Siena con le belle reti di Rigoni e Porcari e il Palermo ha fatto 1-1 a Lecce pareggiando con Munoz il rigore iniziale di Di Michele. Nel posticipo serale 2-2 tra Udinese e Napoli allo Stadio Friuli. Al doppio vantaggio bianconero firmato da Pinzi e Di Natale ha risposto Cavani nell’ultimo quarto d’ora, dopo che al 75’ si era fatto parare un rigore da Handanovic calciandolo malissimo. L’Udinese ha protestato molto con l’arbitro Rocchi per l’espulsione di Fabbrini al 60’ per doppia ammonizione. Un episodio che ha invertito il corso della gara facilitando la rimonta del Napoli.
domenica 18 marzo 2012
Centomila alla Maratona, la città si blocca
Traffico già bloccato, decine di linee di bus deviate, pedoni costretti a tortuosi percorsi alternativi per andare dal Celio a piazza Venezia o da via del Corso all'Aventino. È già paralisi intorno al percorso della grande Maratona di Roma in questa domenica di sole. Migliaia di podisti sono arrivati di prima mattina da tutto ilLazio e da molte città italiane con pullman e auto private: esauriti i parcheggi in zona Labicana-Villa Celimontana. Ressa ai cancelli per l'accesso alla partenza della Stracittadina ai Fori Imperiali, che vedrà in gara almeno 80 mila persone. E mentre gli atleti con pettorale che partecipano alla vera Maratona (giunta alla 18esima edizione) si allineano disciplinati, il popolo della RomaFun ha raggiunto allegramente caotico la linea del via. La gara è partita alle 9.
CANI E BAMBINI - Famiglia, bambini, giovani e anziani, volontari della protezione civile con i cani, coppie, gruppi di amici: è una grande festa per gli amanti della corsa. Una festa per la capitale, che tuttavia per alcune dovrà fare i conti con i disagi derivanti dalla pacifica invasione del centro. Non sarà facile governare i 100 mila pronti a scattare sulle strade della Capitale. Un test di non poco conto che ha obbligato cambiamenti sostanziali nella gestione del traffico intorno al tracciato della Maratona e a quello della stracittadina.
PROTESTE EDUCATE - Qualche turista, pur felicemente sorpreso dalla grande festa dei maratoneti, ha protestato educatamente con i vigili e gli addetti di guardia ai varchi: nessuno sapeva spiegare loro come accedere ai corridoi per i pedoni che dovrebbero consentire anche a chi non partecipa alla gara di seguire gli atleti e attraversare dietro le lunghe transenne metalliche i Fori Imperiali. L'Agenzia per la Mobilità ha deciso la chiusura temporanea di molte strade della capitale e la deviazione, sospensione o limitazione di ben 68 linee del trasporto pubblico. Con 150 operatori e 50 mezzi l'Ama garantirà la pulizia delle strade già alla fine della corsa, stimata intorno alle 16. Sul tracciato verranno inoltre installati 240 bagni chimici, 20 dei quali per i diversamente abili.
IL PERCORSO PIU' LUNGO - La Maratona attraverserà la città per 42 chilometri la città partendo dal centro per poi toccare i quartieri Ostiense, Aventino, Testaccio, Prati e Flaminio. Il percorso è stata modificato quest'anno: dopo essere transitati sul lungotevere, i 15 mila atleti della competitiva raggiungeranno i Parioli per poi raggiungere piazza del Popolo e lanciarsi finalmente verso lo striscione d'arrivo di via dei Fori Imperiali. Nei nuovi 8,5 chilometri passeranno per Villaggio Olimpico, Acqua Acetosa e Auditorium Parco della Musica per poi dirigersi verso viale Giulio Cesare e via Cola di Rienzo. Eliminati, invece i tratti ventosi poco amati dagli atleti, soprattutto quelli che prevedevano il transito su viale Tor di Quinto e l’Olimpica. La sezione RomaFun della Maratona di Roma I 4 KM DEI PRINCIPIANTI - Molto meno impegnativa sul piano fisico per i partecipanti, la stracittadina, poco più di 4 chilometri con passaggio davanti al Quirinale ed arrivo a via di Monte Oppio, costituirà una prova ulteriore per l'apparato organizzativo. Saranno infatti non meno di 80 mila («imbucati» compresi) gli appassionati non solo romani che trascorreranno la mattinata lungo il percorso della RomaFun. Tra di loro il sindaco Gianni Alemanno, il presidente della Regione Renata Polverini, l'onorevole Giorgia Meloni e l'ex campione europeo dei 10 mila Stefano Mei.
SFIDA KENIANI-ETIOPI - L'appuntamento della Maratona - partita da via dei Fori Imperiali - negli anni è diventato imperdibile per i fondisti di tutto il mondo, felici di poter faticare su un percorso senza eguali. Degli oltre 15 mila iscritti, infatti, quasi la metà sono stranieri e sono alla partenza di via dei Fori Imperiali in rappresentanza di ben 82 paesi. Assoluti protagonisti in campo maschile, keniani ed etiopi: unico «intruso» Kemboi, atleta che corre per il Quatar nonostante sia nato anche lui sugli altipiani del Kenia. Il bergamasco Gualdi, che cercherà di correre al di sotto del tempo di 2.11'30, limite stabilito dalla Fidal per il pass alle prossime Olimpiadi di Londra. Tra le donne spicca il nome della Kimutai, keniana già salita due volte sul podio capitolino ma mai da vincitrice.
sabato 17 marzo 2012
«Vamos Luis»
«Disfrutando de Roma», cioè godersi Roma. La scritta su un’immagine del Colosseo sommerso dall’abbondante nevicata dello scorso febbraio. La foto è sulla pagina twitter di Toñín Llorente Gento (7753 follower, seguaci, curiosi e così via), motivatore-animatore spagnolo della Roma e soprattutto amico di Luis Enrique. Viene da chiedersi: se gli piace tanto Roma, perché non se la gode da dentro, invece di vivere a Formello? Questione di mogli, che spesso (sempre) decidono per i mariti e per tutta la famiglia, e di amicizia con il tecnico, che ha scelto di starsene nell’estrema periferia nord. Luis e Toñín sono come Guardiola ed Estiarte, pluridecorato campione spagnolo di pallavolo, ora mediatore tra Pep e i suoi calciatori del Barça. Anche Toñín media nella Roma. Cioè motiva, anima, rianima, chiede, si informa, passa molto tempo con i calciatori (ieri, problema alla caviglia per Stekelenburg, nulla di grave, pare), mangia con loro, incita chi va in campo, consola i panchinari, sposta il girotondo che si vede prima di ogni partita, dallo spogliatoio al campo di gioco. Con i giovani fa da papà, con i più anziani instaura un rapporto paritario, figlio dell’iniziale diffidenza. E che quindi sia inutile. Ma lui, Llorente, va oltre, continua a fare il suo lavoro, a scoprire Roma (gli piace la Garbatella perché feudo romanista), a gustare i cibi delle taverne di Testaccio e Trastevere. A volte gli tocca anche tirare su il morale al suo «amico, capo e compagno di battaglie» - così Llorente definisce Luis Enrique. Un esempio recente: nel post derby, domenica 4 marzo, nel momento in cui l’allenatore spagnolo stentava in quella che è stata, forse, la sua conferenza stampa più complessa, quando molti giornalisti lo hanno messo alle strette. Lui, Toñín, da dietro una colonnina della sala stampa dell’Olimpico, urlava a denti stretti: «Vamos, vamos, Luis». Come a dire: rispondi, non ti far mettere i piedi in testa. Prova a dire qualcosa di romanista, parafrasando Nanni Moretti che, nel film Aprile, si rivolse a D’Alema con il famoso «dì qualcosa di sinistra». C’era poco da dire quel giorno, di romanista, di sinistra, di destra o di centro. Di rassicurante e di ottimista. Era dura e basta. Eppure lui lavora tutti i giorni al fianco della squadra, in campo posiziona i birilli e osserva i comportamenti di tutti, come un regista senza telecamera. Poi, relaziona. Uno sportivo, con la psicologia non c’entra niente, anzi, s’è addirittura laureato in legge nel 1990 all'Universidad Complutense de Madrid. Luis lo ha scelto per le sue esperienze nel campo dello sport (e per amicizia, ovviamente), dove un po’ tutta la sua famiglia ha primeggiato per decenni. Toñín ha giocato a pallacanestro per 20 anni, ha vinto il titolo nazionale con il Real Madrid a livello giovanile, e ha poi concluso la carriera nel Real. È il nipote del grande Gento (12 campionati spagnoli, 6 Coppe Campioni e 1 Intercontinentale con il Madrid), fratello di Francisco detto Paco, anche lui calciatore del Real di Butragueno e dell’Atletico Madrid.
giovedì 15 marzo 2012
Quattro stelle dell’avvenire
Ora se n’è accorto persino lo scialacquatore Moratti. Sarebbe saggio fare come la Roma. Sarebbe utile, intelligente, apprezzabile seminare per il futuro. Sarebbe cosa buona prendere spunto da chi questa strada l’ha intrapresa da un anno. Magari con fatica, ma con la fiducia granitica che si deve avere quando si sa già che i frutti non potranno essere raccolti ora. Ma più avanti. Il segreto sono quattro talenti. Baby per modo di dire, perché su di loro la Roma ha investito già adesso. Per il presente. Si chiamano Pjanic, Lamela, Bojan e Borini. L’insostituibile intelligenza dell’essere, un piede regista, un centrocampista offensivo, alias trequartista col fiuto (pure) del gol. Pjanic è tutto questo. Un mix di talento che l ’ avvicina alla perfezione, un ragazzo di quasi 22 anni - li compirà il 2 aprile - che pare averne dieci di più. La Roma lo prese dal Lione, o meglio le fece Sabatini con la fattiva e indispensabile collaborazione dell’ad Fenucci, all’ultimo momento. Al rush finale. Il 31 agosto 2011. «Ho scelto la Roma perché mi ha voluto fortemente. Si tratta di un’ulteriore sfida nella mia carriera, può rappresentare un salto di qualità. E poi non si può rifiutare un grande club come la Roma, sono molto soddisfatto ed orgoglioso della mia scelta». Parole di circostanza? Macché. Lione era stato il trampolino per piazze più importanti. Per la Roma. Che pur disputando l’Europa League, rappresentava per il giovane Miralem l’occasione di una vita, il treno che passa una volta sola, il modo per vincere veramente. Subito? Difficile. Che era difficile lo sapeva anche Erik Lamela, che al River Plate cominciava a essere oggetto di culto. Poi la situazione precipita e il River pure. In Serie B. Trattativa complicatissima, Sabatini, Fenucci e l’avvocato Baldissoni devono fronteggiare uno stuolo di procuratori e familiari, ma soprattutto una concorrenza notevole. Sulla seconda punta o trequartista (ma l’idea originaria era un’altra: centrocampista) c’è anche il Napoli. La Roma mette sul piatto, però, non solo un sacco di soldi, perché l’operazione costicchia caro: na ventinadimilioni. Di fondo c’è l’interesse di Lamela per quella che è una finestra sull’avvenire. Sono le stesse motivazioni che animano Bojan. Chissà com’è vedere l’effetto che fa lontano da Barcellona, dagli amici, dal battito della Catalogna. Chissà com’è vedere l’effetto che fa lavorare con Luis Enrique, Asturie, popolo di sole che s’affaccia sull’Atlantico. Nuevo Proyecto, un laboratorio solo apparente perché i risultati prima o poi devono contare. L’ha detto anche DiBenedetto, i risultati sono una condizione necessaria per rendere il club finanziariamente più forte. Non ci si deve pensare, non bisogna ragionare solo in loro funzione. Ok. Ma entro cinque anni, e questo l’ha detto Pallotta, questa Roma vincerà. Vincerà qualcosa di importante. Anche ieri l’agente di Mattia Destro smentiva l ’ esistenza di trattative con la Roma. Eppure, l ’ identikit r iponde perfettamente alle esigenze del club giallorosso. Estroso, affamato, un baby - ha 21 anni - che a Siena gioca da grande. Come Fabio Borini. Questo operaio dell’area di rigore è giunto a Roma quasi inosservato. Borini chi? Quinto attaccante. Ultima scelta dopo Totti (e ci mancherebbe altro), Lamela, Osvaldo e Bojan. Una scommessa? Cretinate. Si può definire una scommessa una punta dell’Under 21, uno dei figli prediletti del Ct Ferrara, uno che si è formato alle spalle di Drogba e che all’estero ha già vestito due maglie, Chelsea e Swansea? No, certo. Duttile tatticamente, spazia sul l’intero fronte d’attacco, stakanovista, ha il pregio e il difetto di cercare la via della rete sempre e comunque. È il capocannoniere romanista, è il segno dei tempi. Tempi migliori. Arriveranno. Lo sa anche Paperon de’ Paperoni Moratti, che adesso strizza l’occhio alla Roma. È il segno dei tempi della Milano nerazzurra. Altri tempi. Tempi di crisi.
lunedì 12 marzo 2012
E Lobont si prende la vetrina
Deve aspettare il suo turno, in attesa che Stekelenburg non possa giocare. E ciò non accade, come dalle altre parti, in Coppa Italia, perché Luis Enrique non dà spazio al “secondo” in gare ufficiali se il “primo” è a disposizione. Con l’olandese, poi, Bogdan Lobont si alternava già ai tempi dell’Ajax, proprio come sta accadendo in questa stagione alla Roma. E sabato scorso, a Palermo, Lobont è stato tra i protagonisti del ritorno alla vittoria dei giallorossi. Bravo, attento e fortunato: e per il portiere la fortuna da sempre ha un valore importante. E così, alla presenza numero 6, i gol incassati dal romeno restano 4, di cui 2 nel derby di otto giorni fa: media di 0,6 reti subite a partita, meglio, molto meglio, dell’1,45 di Stekelenburg.
IMPEGNO - Bravo, perché Lobont al Barbera ha chiuso la porta in faccia agli avversari in più di un’occasione: in tuffo, in uscita con i pugni, in piedi. Attento, perché ha svolto il ruolo del portire come lo intende Luis Enrique: anche i tecnici a Trigoria hanno notato che Lobont ha assimilato meglio di Stekelenburg uno dei concetti principali della fase difensiva alla catalana, quello per il quale il portiere non deve stazionare sulla linea di porta ma una decina di metri fuori, per partecipare alla serie di passaggi che parte proprio dal limite dell’area e per intervenire più velocemente in caso di errori di impostazione della squadra.
APPREZZATO - Lobont è destinato a fare il vice di Stekelenburg ancora a lungo: il suo contratto con la Roma scade nel 2013. A Trigoria è apprezzato da tutti. Luis Enrique, sabato notte, a Palermo, ha fatto i «complimenti a Lobont perché è un grande professionista e un grande uomo, sempre pronto per la squadra e ha fatto vedere di essere anche un grande calciatore» . Poi, a proposito dell’evoluzione del ruolo: «Il portiere deve fare il libero, è il nostro primo attaccante e il primo difensore, per come giochiamo deve uscire dalla porta. I ragazzi si allenano assiduamente su questo con Tancredi e Nanni» . E dopo la serata del Barbera, Lobont è di nuovo pronto: «Il ruolo del portiere nel calcio moderno è cambiato, lo so. Ma ora penso solo a ringraziare chi mi ha dato l’opportunità di giocare in una grande squadra come la Roma».
Lamela e Borini, il futuro è adesso
Si possono muovere tanti rimproveri a Luis Enrique Martinez Garcia — dodici sconfitte stagionali, i due derby persi, l’eliminazione in Europa League dallo scadente Slovan Bratislava, la pessima figura contro la Juventus in Coppa Italia—e i suoi detrattori non hanno mai mancato di farlo notare. Su un particolare, però, anche i più critici, quelli che lo chiamano Luigi Enrico o Zichichi, hanno pochi argomenti a loro favore: il lancio in pianta stabile di Fabio Borini e Erik Lamela, cioè due giocatori che possono fare le fortune della Roma per i prossimi dieci anni. L’allenatore asturiano dice di non guardare mai la carta di identità prima di fare la formazione. Lo facciamo noi per lui. Erik Manuel Lamela è il giocatore classe 1992 più impiegato di tutto il campionato italiano: 1.486 minuti, il secondo è il palermitano Acquah (898) e il terzo il milanista Merkel (886, ma solo 4 giocati in rossonero e gli altri 882 nel Genoa, dove era in prestito fino al gennaio scorso). Un sicuro talento come El Sharaawy, per esempio, nel Milan è arrivato a fatica a quota 530 minuti. Fabio Borini è il terzo giocatore classe 1991 più utilizzato in campionato: 1.166 minuti. Hanno giocato più di lui soltanto Muriel (1.358) e Destro (1.347). Con tutto il rispetto per Lecce e Siena, però, giocare così tanto nella Roma e non in una provinciale è un’altra cosa. Gli acquisiti di Borini e Lamela sono stati finanziati dalla Roma con le cessioni di Vucinic e Menez. Al posto di due giocatori di qualità ma ormai insofferenti di restare in giallorosso sono arrivati due giovani motivatissimi. Ilmonte ingaggi — nello scambio — si è più che dimezzato. I 9 gol di Borini sono più dei 5 ciascuno di Muriel e Destro, ma soprattutto più di quelli che Vucinic (4) e Borriello (0) hanno messo insieme. L’altro giovane fenomeno del campionato in corso è il serbo Matjia Nastasic, che ha giocato 1.322 minuti, di gran lunga il più utilizzato dei classe 1993. Uno che starebbe benissimo nella futura difesa della Roma, anche se la Fiorentina non è certo nelle condizioni di vendere uno dei suoi progetti più interessanti. Scoppierebbe la rivoluzione.
Luis in contropiede
Il migliore messaggio dopo il weekend, guardando alla prestazione della Roma in Sicilia, arriva proprio da Luis Enrique. Che stavolta, è il caso di riconoscerlo, ha preso tutti in contropiede. Perché, anche nella notte in cui ha fatto scelte lineari e semplici, è stato capace di sorprendere. Meno testardo di come spesso viene descritto, ha affrontato il momento critico del suo gruppo, fragile psicologicamente e tatticamente (più 8 assenti), intervenendo in modo pratico e dimostrandosi per una serata anche umile. Pochi accorgimenti. Utilissimi, però. Per conquistare il primo successo in trasferta nel nuovo anno, per proteggere l’inedito settore arretrato, per evitare le solite ripartenze degli avversari e per non abbandonare i due centrali difensivi in campo aperto. E’ bastato poco. Lucho ha fatto sua la mossa che quasi tutti i suoi colleghi, quando hanno incrociato i giallorossi, avevano usato per sistemare la trappola. L’ultimo è stato Reja e il secondo derby perso (su due) ha determinato la svolta. L’imitazione è riuscita. Adesso abbiamo la certezza che anche lui sa come e quando cambiare. La Roma vista al Barbera, nella sistemazione in campo, è stata simile a quella degli anni di Spalletti. Il sistema di gioco, per quanto differente, ha previsto movimenti simili. L’atteggiamento è di chi difende in blocco e attacca improvvisamente con i suoi uomini più veloci. Che guarda caso sono le ali: Borini e Lamela, magari con l’assistenza di uno dei due terzini, più Rosi che Josè Angel. Il riferimento offensivo, per trovare l’appoggio giusto al momento di ripartire, rimane Totti. Il centrocampista più offensivo è risultato invece Gago, non casualmente quello che ha giocato più palloni e contato il maggior numero di passaggi riusciti. C’è chi oggi andrà oltre. Nel senso che motiverà il successo di Palermo con l’improvvisa retromarcia di Luis Enrique. Da spagnolo a italiano, pur di fare risultato. Il teorema, però, non regge. Perché la Roma è stata solo più ordinata e, in assoluto, più organizzata. Attesa sotto palla e dentro la propria metà campo, per approfittare subito di un possibile errore nell’impostazione degli avversari, conquistare palla e partire in velocità verso la porta. Tra l’altro il gol di Borini, dopo meno di tre minuti, può aver contribuito al cambiamento, accentuando la nuova opzione. Ma i dati del primo tempo confermano che l’impronta resta quella di squadra offensiva: 65 per cento di possesso palla e soprattutto 76 per cento di supremazia territoriale. E’ stata la frazione migliore della Roma. Quando le gambe girano, i giallorossi fanno comunque la partita. Hanno loro sempre o quasi l’iniziativa e spostano il baricentro vero l’area avversaria. Insomma la modifica è minima, almeno analizzando i primi quarantacinque minuti. C’è solo la migliore partecipazione degli attaccanti alla fase difensiva, alleggerendo il pressing nella metà campo avversaria. Borini, in fase di non possesso palla, scivola spesso sulla linea dei centrocampisti. Non c’è da sorprendersi che l’attaccante sia diventato titolare. A convincere definitivamente Luis Enrique, più dei suoi 10 gol, è stata la sua predisposizione a rientrare. A sacrificarsi. Gli stessi Totti e Lamela hanno comunque aiutato, garantendo la compattezza richiesta dall’asturiano. I terzini, rispetto alle partite precedenti, sono stati qualche metro più indietro, meno in linea con i centrocampisti. La Roma della ripresa, pure per la stanchezza di alcuni interpreti, si è abbassata ulteriormente. Il dato finale del possesso palla si è assestato al 60 per cento e quello della supremazia territoriale è sceso al 66 per cento. La prudenza, per correre meno rischi, al posto della spavalderia. Senza mai indietreggiare troppo, perché il copione non deve mutare. Ma Luis Enrique riscopre l’equilibrio, cercato invano nelle ultime gare. Due (e mezzo) i giorni di riposo per la Roma (il secondo è stato concesso ieri). Chi non ha partecipato alla trasferta di Palermo, sarà a Trigoria già oggi pomeriggio, per gli altri appuntamento a domani alle ore 13 (alle 14 in campo). Domani Franco Baldini partirà per gli Usa. Il direttore generale vedrà Pallotta, ma ha in agenda anche incontri legati al potenziamento del marketing del club. Rientrerà in Italia in tempo per assistere a Roma-Genoa di lunedì sera.
sabato 10 marzo 2012
Ora Kjaer è chiamato al riscatto
Dopo l’infortunio di Juan, che starà fuori dai 40 ai 50 giorni per uno stiramento del legamento collaterale del ginocchio destro, come riportato nel comunicato ufficiale della As Roma, la Roma dovrà affidare il reparto difensivo a Simon Kjaer. Il difensore danese è ora chiamato a dimostrare quello che vale, e a ricambiare la fiducia riposta in lui da tutta la dirigenza giallorossa e dall’allenatore Luis Enrique, il quale ha sempre apprezzato l’impegno in allenamento, anche se le volte in cui è sceso in campo per partite ufficiali non è sempre apparso all’altezza. Non tutte le prestazioni dell’ex Palermo sono state negative, cominciò bene con l’Inter, dove salvò un pallone sulla linea su tiro a botta sicura di Sneijder, bene anche col Palermo in casa, cosi come a Parma, poi però si sono verificate brutte gare: il derby d’andata, dove commise un ingenuo fallo su Brocchi che costò il calcio di rigore, da li in poi pur mostrando ottimo atletismo e forza fisica, il danese è apparso in costante difficoltà soprattutto mentale. Ora occorre cambiare marcia, non è più tempo di sbagliare, bisogna smentire i critici, il carattere deve uscire fuori. Tutto ciò partendo proprio dalla squadra che lo lanciò in Italia, il Palermo, nel quale trascorse il periodo migliore della sua carriera calcistica.
La scelta giusta: dentro i baby e quello in bilico
Dopo aver fallito su ogni fronte, la Roma prova a voltare pagina. E lo fa con la filosofia di Luis Enrique, quella dei giovani, del «18, 25 o 35 anni, per me non conta». Oggi, a 12 partite dalla fine, è la strada giusta. Bisogna provare, sperimentare, capire su chi poter puntare nel futuro. Ed allora da questa sera a Palermo sarà bene buttare dentro tutti quelli che sono in bilico (chi per un motivo, chi per l'altro), come i vari Kjaer, José Angel, Bojan e Marquinho. Ma anche, e perché no, i giovani, quelli di una splendida Primavera, dove papà De Rossi continua da anni a fare grandi cose. L'ultima impresa è quella di giovedì sera a Torino, dove i suoi baby hanno violato lo «Juventus Stadium» nella finale di andata della Coppa Italia. Nessuno ci era mai riuscito, nessuno, i piccoli giallorossi sì. Ed allora, con Cassetti e Taddei out, ecco che resta a casa anche Perrotta. Scelta tecnica (come nel derby), a prescindere dal piccolo affaticamento finale di ieri. Luis Enrique, stavolta, non vuole compromessi. Ha deciso di lanciare i baby per vedere se nel futuro della Roma c'è già qualche «diamante» su cui puntare.
sabato 3 marzo 2012
Cancelli aperti alle 12
Domani è il giorno del derby. Partita delicata sul campo e fuori. Le due società hanno annunciato un afflusso di pubblico imponente. Per gestire al meglio l’evento e garantire la sicurezza a tutti i tifosi, ieri si è riunito il Tavolo tecnico presieduto dal questore Tagliente. Sono due le principali decisioni prese: l’apertura dei cancelli a partire dalle 12 e il potenziamento del numero degli steward. Per evitare code ai tornelli, personale in borghese della Questura sarà presente presso i punti di prefiltraggio e filtraggio. Ciò che preoccupa maggiormante non è tanto l’interno dello stadio quanto l’esterno. Al fine di assicurare l’attento monitoraggio delle aree limitrofe all’Olimpico, è stato pianificato il dispositivo «ad ampio raggio». Saranno infatti numerose le pattuglie in borghese alle quali sarà affidata la vigilanza delle zone circostanti lo stadio, al fine di segnalare in tempo reale eventuali criticità e consentire il tempestivo intervento. Il pre-gara sarà preceduto da controlli e bonifiche, interne ed esterne all’Olimpico, che avranno inizio già dalla mattinata di oggi. Dunque l’impiego delle forze dell’ordine sarà massiccio. Dalla riunione tecnica però non è uscito un numero preciso delle risorse che saranno impiegate. Il Questore si è riservato di valutare oggi l’esatto quantitativo sulla base delle esigenze connesse a possibili criticità ambientali. Per quel che riguarda l’interno dello stadio, invece, la riunione di ieri ha confermato l’apertura della Tribuna Tevere esclusivamente ai possessori della Tessera del Tifoso, agli under 14, agli over 65 e alle scolaresche. In Tevere saranno presenti anche ragazzi delle scuole calcio di Roma e Lazio, che arriveranno con 19 pullman. Verrà ospitato in tribuna, grazie all’iniziativa di MyRoma e la Fondazione Gabriele Sandri, anche un gruppo di 15 disabili.
MAGIC BOX Continuano con successo le iniziative della società giallorossa per avvicinare i tifosi alla squadra. La Roma ha annunciato sul proprio sito ufficiale il tutto esaurito dei pacchetti Stadium Magic Box. La "scatola magica" è un’iniziativa con formula all inclusive proposta dalla società in occasione di tutti i big match in programma all’Olimpico. Chi acquista il Magic Box può vedere la partita dal settore Tribuna Monte Mario Top, avere vantaggiosi sconti sui prodotti ufficiali e accedere all’esclusivo Top Match Club.
mercoledì 29 febbraio 2012
Anime diverse, stesso percorso
«Io non ho mai avuto problemi con i miei allenatori e Luis Enrique è il migliore che ho incontrato». Daniele De Rossi, escluso a Bergamo dall’asturiano per essere arrivato in ritardo alla riunione tecnica pregara, sintetizza la sua carriera di calciatore, elogiando proprio l’ultimo arrivato, Lucho da Gijon. Sì, quello che lo ha punito domenica. Per un fatto che il giocatore definisce «niente di che». E che invece per l’hombre vertical è qualcosa di «molto grave». De Rossi, bisogna credergli, di sicuro non avrà mai litigato con i suoi allenatori. C’è chi gli ha fatto passare un brutto pomeriggio, cioè Luis Enrique a Bergamo, o chi è arrivato a chiudergli la porta della Nazionale), applicando il codice etico, cioè Cesare Prandelli che stasera lo porterà in panchina a Genova nell’amichevole gli Usa. «Non è un turno di riposo, voglio provare altri. Giocherà nella ripresa. Ha fatto bene a chiarire lunedì la sua situazione delicata. Con lucidità. Un messaggio importante per tutti. Mi ha chiesto: a che ora è l’appuntamento per i test...». Il cittì azzurro lo tenne fuori dal gruppo, l’anno scorso, per le gomitate in Champions a Srna e in campionato a Bentivoglio, due convocazioni e quattro partite saltate. Perse quattro gare pure al mondiale vinto in Germania: alzò il gomito su McBride nel secondo match del torneo, proprio contro la stessa nazionale che affronterà a Marassi, contro gli Usa (da lì vengono i nuovi proprietari giallorossi). Lippi si arrabbiò. Poteva cacciarlo dal ritiro di Duisburg. Ma scelse di non farlo tornare a casa. Daniele segnò uno dei rigori, nella finale contro la Francia, e alzò la coppa. Nella notte di Berlino, il 9 luglio del 2006, De Rossi era in buona compagnia. Con lui, a festeggiare il quarto titolo della Nazionale, il suo amico e il suo capitano Francesco Totti. Uno che qualche problema in più con gli allenatori ce l’ha avuto. I due erano insieme, in panchina, anche il 18 aprile del 2010, nel secondo tempo del derby conquistato in rimonta dalla Roma di Ranieri. Il tecnico di San Saba, sull’1 a 0 per la Lazio, li tolse nell’intervallo. Sentivano troppo la gara perché romani: la sentenza dell’allenatore che ancora è santificato per quell’intuizione. Finì 2 a 1 per i giallorossi, doppietta di Vucinic e secondo derby dei quattro vinti da Ranieri. Le facce dei due, all’inizio della ripresa, sono ancora lì, a disposizione nell’archivio di Sky. In quel filmato la delusione di De Rossi, quasi infuriato nelle inquadrature in tribuna a Bergamo, e l’irritazione di Totti: diversi anche quando risultano travolti dall’insolito destino di essere messi da parte proprio davanti ai loro tifosi. L’espressione di Francesco nel derby, con quel primo piano, ne ricorda un’altra, nel 2000 all’Arena di Amsterdam, semifinale dell’Europeo contro l’Olanda. Escluso dal mito settantenne Zoff che, oggi, lo ritiene il più bravo tra gli azzurri allenati. Lo sguardo è intenso, prima della sfida: buono, ma di chi non capisce perchè deve rimanere fuori. Gli occhi azzurri puntano il muro arancione. Sarà lui a saltarlo, ai rigori, con un gesto con cui si divertiva alla Playstation. Il famoso cucchiaio a van der Sar. In Nazionale cominciò male l’avventura di Totti con Lippi che una volta pretese la visita fiscale a Coverciano quando il capitano era rimasto a Trigoria per un guaio muscolare. L’ex cittì poi lo aspettò, prima del mondiale tedesco, nonostante a metà febbraio fosse finito con una caviglia spezzata in sala operatoria. Francesco ventenne ebbe frizioni con Carlos Bianchi: l’argentino diede l’okay per la cessione alla Sampdoria, ma Mazzone che convinse Francesco a restare. Non si prese subito con Capello e quest’anno con Luis Enrique non è stato subito amore a prima vista.
lunedì 27 febbraio 2012
Autodistruzione
La Roma fallisce l'ennesimo esame di maturità e dimostra di non poter ambire alla Champions. Luis Enrique manda in tribuna De Rossi «perché non era pronto» e schiera una difesa imbarazzante che finisce stritolata sotto i cingoli del «Tanque» argentino Denis. L'attaccante dell’Atalanta rompe il digiuno con una tripletta e mette a nudo i limiti di una squadra apparsa per l’ennisma voltaa troppo compassata, con evidenti lacune tattiche e priva della cattiveria agonistica necessaria per reggere l'urto di avversari feroci come i nerazzurri. L'Atalanta al contrario svolge al meglio i compiti assegnati da Colantuono: resta in agguato nella sua metà campo, ruba palla sulla trequarti e poi innesca i velocisti Moralez e Marilungo. Luis Enrique abbocca in pieno e le conseguenze sono devastanti, la Roma va in pezzi e perde anche la testa, finendo addirittura in nove per le espulsioni, a risultato già compromesso, di Osvaldo e Cassetti che salteranno il derby insieme a Gago che era sotto diffida ed è stato ammonito. L'unica scusante per i giallorossi è l'assenza dei due leader Totti e De Rossi, quest'ultimo in tribuna a sorpresa per un ritardo alla riunione tecnica. Ma non ci sono alibi per giustificare la disfatta. Si capisce subito che per la Roma sarà una maledetta domenica. Dopo appena 3 minuti Marilungo fa sudare freddo Stekelenburg: salta secco Juan e colpisce in pieno il palo dopo la deviazione del portiere. Ma l'attaccante fa centro al 10'. Denis fugge sulla fascia, la difesa della Roma resta altissima per stoppare il contropiede. L'argentino vede l'inserimento di Marilungo al centro e lo serve al momento giusto. L'ex doriano scatta in posizione regolare, semina i difensori romanisti e si presenta solo davanti a Stekelenburg. Piatto destro e palla nell'angolino, Atalanta in vantaggio. La Roma non capisce la lezione, si sbilancia e al 20' incassa il secondo gol. Denis fugge in contropiede con Moralez accanto. La difesa giallorossa si trova in due contro due. Il «Tanque» scambia con Moralez e batte Stekelenburg in diagonale. La squadra di Luis Enrique prova a riorganizzarsi, ma l'unico segnale di vita è un tiro innocuo di Marquinho, ieri all’esordio dal primo minuto. Ma al 36' un errore di Consigli rimette in partita la Roma. Sul tiro di Osvaldo, la deviazione ravvicinata di Borini inganna il portiere, che sbaglia la presa e si lascia rotolare il pallone fra le gambe: 2-1. I giallorossi insistono e sfiorano il pari con un’altra bordata di Marquinho. Il tempo si chiude con qualche scintilla tra Moralez e Rosi: i due si scontrano, il terzino della Roma ha la peggio e si innervosisce mentre l’atalantino meritava il «rosso». Nella ripresa Rosi non rientrerà. Ma è tutta la Roma a restare con la testa negli spogliatoi. Al 2' il solito Marilungo sbuca sulla destra, scambia con Denis e gli serve al centro il più facile dei palloni. I difensori romanisti assistono immobili e l'argentino 'scolpiscè il 3-1. Al 7' Osvaldo e Cigarini si scalciano. Damato ammonisce l'atalantino e caccia l'argentino su segnalazione del quarto uomo: Roma in dieci. I bergamaschi infieriscono. Al 20' Moralez trova il corridoio giusto per lanciare Denis, che punta Stekelenburg e lo infila per la terza volta: 4-1. Al 37' Cassetti protesta e si fa espellere da Damato. È l'ultimo atto di una domenica da dimenticare. È la quarta sconfitta della Roma nelle ultime cinque trasferte. La strada che porta verso il derby è tutta in salita.
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